Il cuore di Domenico fu espiantato dopo l’arrivo dell’organo donato: la difesa dei chirurghi si affida agli orari in cartella

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il giorno degli interrogatori preventivi si è aperto con una dichiarazione che, nelle intenzioni della difesa, mira a scardinare l’impianto accusatorio alla base dell’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico Caliendo. Il cuore malato del bambino, sostengono i legali dei due medici coinvolti, non sarebbe stato rimosso prima dell’arrivo dell’organo sostitutivo proveniente da Bolzano – quello destinato a salvarlo – ma soltanto dopo, quando cioè la sala operatoria dell’ospedale Monaldi di Napoli era già pronta a ricevere il nuovo cuore. La cartella clinica, in questa ricostruzione, non conterrebbe alcuna omissione: gli orari degli eventi, dall’espianto dell’organo nativo all’innesto di quello donato, sarebbero stati annotati correttamente, restituendo una sequenza temporale che rispetterebbe il protocollo di un trapianto.

A sostenere con forza questa versione è stato il penalista Vincenzo Maiello, docente universitario e difensore della cardiochirurga Emma Bergonzoni, vice del primario Guido Oppido. Al termine del primo interrogatorio preventivo – durato oltre due ore e svoltosi nell’aula 715 del nuovo Palazzo di Giustizia di Napoli – l’avvocato ha ribadito la piena affidabilità della documentazione clinica: «Noi riteniamo che la cartella clinica abbia un contenuto di verità e non di falsità». La sua assistita, ascoltata oggi dalla Procura, ha respinto le accuse relative a una presunta alterazione degli orari dell’espianto, una circostanza che per gli inquirenti rappresenta un passaggio cruciale per ricostruire le fasi concitate di quell’intervento.

L’interrogatorio del primario e il peso della cartella clinica

L’udienza di oggi ha visto alternarsi nello stesso ufficio giudiziario i due cardiochirurghi dell’ospedale Monaldi. Dopo la Bergonzoni, è toccato a Guido Oppido, il primario che eseguì materialmente il trapianto il 23 dicembre scorso, confrontarsi con i magistrati. Uscito dal tribunale, di fronte ai cronisti che gli chiedevano un commento sullo stato d’animo in cui versa, la risposta è stata secca e carica di un evidente peso umano: «Come volete che stia?» – ha detto il medico, lasciando intendere senza bisogno di ulteriori parole la tensione accumulata in questi mesi. L’interrogatorio si inserisce nel quadro della richiesta di interdizione avanzata dalla Procura, un atto che di fatto ipotizza la sussistenza di elementi tali da configurare il rischio di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove, sebbene i difensori abbiano lavorato per dimostrare l’assenza di condotte illecite.

La vicenda giudiziaria affonda le radici nella notte del 21 febbraio scorso, quando Domenico Caliendo – un bambino di appena sette anni – morì dopo complicanze insorte a seguito dell’intervento di trapianto cardiaco. Da quel momento, le indagini si sono concentrate sulla gestione delle tempistiche in sala operatoria: l’ipotesi al vaglio della Procura è quella di una possibile rimozione prematura del cuore malato, avvenuta prima che l’organo donato fosse effettivamente a disposizione dei chirurghi, un’evenienza che avrebbe esposto il piccolo a un periodo di circolazione extrarea prolungato oltre i limiti di sicurezza.

La linea difensiva: nessun falso e una sequenza di interventi rispettata

La strategia difensiva è chiara e si articola su due fronti paralleli. Da un lato, il disconoscimento della tesi accusatoria basata sulla presunta alterazione dei documenti: la cartella clinica, secondo Maiello, è stata redatta con rigore e rispecchia fedelmente quanto accaduto. Dall’altro, il tentativo di restituire un quadro clinico in cui i medici avrebbero agito nel rispetto delle procedure, attendendo l’arrivo dell’organo donato prima di procedere con l’espianto. I legali insistono sul fatto che non vi sarebbe alcuna discrepanza tra gli orari annotati e la realtà operativa, e che eventuali interpretazioni contrarie non trovano riscontro nella documentazione ufficiale custodita dall’ospedale.

Questa linea difensiva si è concretizzata oggi nell’aula bunker del tribunale, dove i due specialisti hanno avuto modo di fornire la loro versione dei fatti in un confronto serrato con i pubblici ministeri. Per oltre due ore la dottoressa Bergonzoni ha risposto alle domande, spiegando passo dopo passo la dinamica di quell’intervento, mentre il professor Oppido ha aggiunto dettagli sulla gestione della sala operatoria nei momenti concitati che precedettero il delicato innesto.

L’inchiesta si concentra sui minuti che separarono l’espianto dall’innesto

L’interesse degli inquirenti rimane focalizzato su un arco temporale ristretto, quello che intercorre tra l’asportazione del cuore nativo del bambino e l’arrivo effettivo dell’organo conservato nella soluzione di trasporto. I consulenti nominati dalla Procura stanno analizzando i tracciati delle macchine cuore-polmone e incrociando i dati con le annotazioni in cartella per verificare se vi sia stata una sovrapposizione temporale incompatibile con la sopravvivenza del paziente.

L’interrogatorio di oggi rappresenta un passaggio fondamentale non solo per la raccolta di elementi a carico o a discarico, ma anche per definire i contorni della richiesta di interdizione: si tratta di un provvedimento particolarmente grave per un chirurgo, poiché comporterebbe l’allontanamento dall’attività professionale, sebbene in via temporanea. I due medici, attualmente ancora in servizio presso il Monaldi, continuano a esercitare la professione in attesa che il gip decida se accogliere o meno la richiesta della Procura. Nel frattempo, l’indagine prosegue con l’acquisizione di ulteriori pareri medici e la raccolta delle testimonianze del personale infermieristico presente in sala operatoria il giorno dell’intervento.

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