Sondaggi e primarie in Israele: Eisenkot avanza, Netanyahu tiene il Likud ma perde terreno
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Redazione Esteri
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Le rilevazioni demoscopiche che scandiscono il dibattito politico israeliano in vista delle elezioni di fine ottobre segnalano un movimento significativo, destinato a incidere sugli equilibri della prossima Knesset.
Da un lato, il partito Yashar, guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, prosegue nella sua ascesa nei consensi, toccando quota 23 seggi su 120; dall’altro, il Likud del premier Benjamin Netanyahu, pur rimanendo un soggetto politico centrale, ha subito una contrazione che lo porta a fermarsi a 21 seggi, un dato che riflette un malessere interno e una competizione serrata con le forze di opposizione.
Il quadro complessivo che si delinea è quello di una coalizione di governo ormai attestata su 48 seggi, mentre il blocco dei partiti ebraici di opposizione oscilla tra i 58 e i 61, rendendo potenzialmente decisivo il ruolo dei partiti arabi israeliani per la formazione di una maggioranza alternativa a quella guidata da Netanyahu.
Le primarie del Likud e il trionfo di Netanyahu
Il leader del Likud ha salutato con enfasi il risultato delle primarie del suo partito, interpretandolo come un rinnovo di fiducia da parte dei militanti che, a suo dire, hanno scelto “in base al buon senso e non ad accordi” sottobanco. In effetti, la tornata congressuale ha restituito l’immagine di un Netanyahu ancora saldamente al timone del principale partito di destra, capace di ottenere una plateale conferma del proprio ruolo di riferimento incontrastato per l’area conservatrice.
Tuttavia, non si può parlare di una pacificazione definitiva delle correnti interne: le tensioni che avevano animato le settimane precedenti al voto sono state soltanto rinviate, destinate a riemergere con tutta la loro carica dopo la competizione elettorale per il parlamento, quando le alleanze e le poltrone torneranno al centro del gioco.
La destra israeliana si sposta sempre più verso posizioni estreme
Le primarie hanno confermato una tendenza che non riguarda solo i vertici del partito ma investe l’intera base elettorale del Likud, ormai orientata su posizioni più radicali rispetto al passato. Non si tratta soltanto di una scelta di leadership o di una convenienza tattica in vista delle alleanze post-voto, ma di un cambiamento strutturale che attraversa la società israeliana e che si riflette nelle preferenze espresse dagli iscritti al partito.
In questo contesto, la figura di Netanyahu, pur garantendo una continuità, si trova a dover fare i conti con un elettorato che chiede risposte sempre più nette sulle questioni di sicurezza e sul futuro dei territori occupati. Il premier ha saputo intercettare questo umore, ma la sua stessa vittoria nelle primarie rischia di essere un’arma a doppio taglio, perché lo lega ancora di più alle anime più intransigenti della sua formazione.
I falchi del Likud: Eli Cohen e il governo delle primarie
A dimostrazione di quanto la linea dura abbia ancora il vento in poppa all’interno del Likud, il secondo posto nella lista dei candidati per la Knesset è stato conquistato da Eli Cohen, attuale ministro dell’Energia e fedelissimo di Netanyahu, un esponente che ha saputo ritagliarsi un ruolo di primo piano nelle scelte strategiche del governo.
Il fatto che il premier avesse inizialmente tentato di evitare lo svolgimento delle primarie, preferendo forse una selezione più controllata dei candidati, è un dettaglio che non deve sfuggire: le urne hanno di fatto smentito le sue riserve, registrando comunque un calo dell’affluenza degli iscritti pari a 4,25 punti percentuali, un segnale che potrebbe indicare una minore mobilitazione o un certo disincanto tra le fila del partito.
La conferma di Netanyahu e l’affermazione dei suoi fedelissimi, però, non bastano a cancellare le inquietudini che attraversano una destra israeliana in piena evoluzione, con alleanze future che potrebbero rivelarsi più complesse del previsto.
Il ruolo decisivo dei partiti arabi e l’incognita della governabilità
Se i numeri dei sondaggi venissero confermati alle urne, la strada per la rielezione di Netanyahu sarebbe in salita, non tanto per il risultato del Likud, quanto per l’impossibilità matematica di raggiungere una maggioranza solida senza coinvolgere forze politiche tradizionalmente escluse dall’area di governo. I partiti arabi israeliani, che rappresentano una quota significativa dell’elettorato e che hanno già dimostrato in passato di poter condizionare le dinamiche parlamentari, potrebbero rivelarsi l’ago della bilancia in uno scenario frammentato come quello attuale.
La loro eventuale disponibilità a sostenere un esecutivo alternativo o, al contrario, a rimanere all’opposizione, sarà uno degli elementi decisivi per il prossimo assetto istituzionale. Per ora, il dato più rilevante resta l’avanzata di Eisenkot, capace di aggregare consensi anche tra gli ex elettori del centro-destra, e la tenuta di Netanyahu, che pure ha visto ridursi il proprio bacino di riferimento rispetto agli ultimi anni.
La competizione elettorale si preannuncia quindi serrata, con due blocchi quasi equivalenti e un’incognita rappresentata dai partiti arabi, il cui peso potrebbe risultare determinante per la formazione del prossimo governo. L’esito delle primarie del Likud ha ribadito la centralità di Netanyahu e dei suoi falchi, ma ha anche messo in luce le contraddizioni di una destra che si radicalizza e che, per restare al potere, dovrà fare i conti con una società israeliana sempre più divisa e con un’opposizione che, sotto la guida di Gadi Eisenkot, sembra aver trovato una nuova, credibile alternativa.
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