Malagò commissario della Figc: il paradosso di un ritorno annunciato

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Giovanni Malagò è il nuovo commissario straordinario della Figc. La decisione è arrivata al termine di una giornata convulsa, con la Giunta nazionale del Coni che ha approvato la proposta del presidente Luciano Buonfiglio e il successivo Consiglio nazionale che ha ratificato all'unanimità sia il commissariamento della Federazione sia la nomina dello stesso Malagò.

Un esito che nessuno aveva previsto

La vicenda che ha portato a questo esito affonda le radici in una contestazione formale: la mancanza della tessera federale al momento della candidatura di Malagò alla presidenza della Figc. Una questione apparentemente marginale, ma sufficiente a scatenare due mesi di battaglie intestine, ricorsi e veti incrociati. Il paradosso, come è stato definito da più parti, sta nel fatto che colui il quale avrebbe dovuto essere allontanato dalla guida della Federazione si ritrova ora a guidarla con poteri ancora più ampi, seppure per un periodo limitato.

Un commissario, infatti, accorpa in sé funzioni che normalmente sono distribuite tra presidente, comitato di presidenza e consiglio federale.

La telefonata tra Buonfiglio e Malagò, avvenuta alla vigilia della riunione, ha rappresentato il momento di svolta. «Incomprensioni mi sembra un termine affettuosamente eufemistico», ha dichiarato Malagò al termine della giornata, raccontando di aver ricevuto la proposta e di averla condivisa «in pieno». Il presidente del Coni ha motivato la scelta con la volontà di evitare che la situazione degenerasse ulteriormente: «Per me Malagò è stato vittima di un malfunzionamento e quindi perché doveva pagare lui?».

Il nodo del tesseramento e le promesse elettorali

Il commissariamento ha una funzione essenzialmente transitoria: condurre la Federazione verso nuove elezioni, da celebrarsi entro e non oltre il 31 gennaio 2027. Malagò ha già indicato una tabella di marcia piuttosto serrata, ipotizzando l'indizione delle elezioni per il 7 dicembre e la prima data utile per il voto il 14 dicembre.

Un orizzonte temporale ristretto, che di fatto gli impone di mettere a terra in poche settimane quel programma elettorale che aveva presentato nella primavera scorsa, quando la sua candidatura era stata ammessa insieme a quella di Giancarlo Abete.

Tra i punti qualificanti di quel documento c'erano la competitività internazionale delle Nazionali, la sostenibilità economica dei club, le infrastrutture e la modernizzazione federale. La principale debolezza segnalata dagli osservatori era però il rischio di genericità: molte proposte dipendevano da soggetti esterni alla Federazione, dal Governo alle Leghe, e raramente erano quantificate.

I vinti e le macerie di una guerra interna

Se Malagò esce da questa vicenda rafforzato, diverso è il discorso per chi aveva puntato sulla sua uscita di scena. La soluzione del commissariamento ha lasciato sul campo una serie di posizioni incrinate. Renato Miele, il terzo incomodo che aveva alimentato i ricorsi pur essendo privo del requisito principale per candidarsi — l'accreditamento da parte di almeno metà di una componente — è stato definito da più parti come il vero responsabile del caos.

La sua posizione, già bocciata in sede di ammissione delle candidature, non ha trovato alcuno spazio nella soluzione finale.

Anche i rapporti interni alla Lega Serie A portano i segni della battaglia. La candidatura di Malagò era stata sostenuta da diciotto club su venti, con i distinguo di Verona e Lazio. Claudio Lotito aveva espresso con chiarezza la sua posizione: «Ci vuole il commissario». Oggi il commissario c'è, ma è proprio l'uomo che Lotito non voleva.

Resta da ricucire il tessuto di relazioni con i club che lo avevano proposto e sostenuto, in particolare dopo gli strappi sulla scelta del commissario tecnico e sulla tempistica nel rapporto con Infantino in vista del voto di marzo.

Il precedente e l'ombra sul futuro

La singolarità della situazione non è sfuggita agli addetti ai lavori. Un commissario straordinario dovrebbe normalmente essere una figura estranea alla gestione precedente, chiamata a traghettare l'ente verso elezioni in tempi brevi. Qui, invece, il commissario è la stessa persona che fino a poco tempo fa era presidente della Figc e che potrebbe tornare a esserlo tra poche settimane. «Formalmente cambia tutto, sostanzialmente può non cambiare nulla», ha osservato un esperto di diritto sportivo, sottolineando come il vero problema sia il precedente che si crea.

Nella storia della Federazione, i commissariamenti hanno spesso segnato svolte epocali. Nel 1958, dopo la mancata qualificazione ai Mondiali svedesi, il Coni affidò a Bruno Zauli il compito di riorganizzare completamente il calcio italiano. In meno di due anni Zauli varò una riforma che istituì la Lega Nazionale Semiprofessionisti, la Lega Nazionale Dilettanti, il Settore Tecnico e il Settore Giovanile, e inaugurò il Centro Tecnico di Coverciano. Quella stagione di commissariamento produsse una struttura federale destinata a durare per decenni.

Oggi il contesto è profondamente diverso: il mandato di Malagò è contingentato al 31 gennaio 2027 e il suo orizzonte dichiarato è quello di un ritorno alle urne il prima possibile. Il commissario ha già annunciato che domani partirà per Monaco di Baviera e poi Berlino, dove avrà un meeting Uefa e incontrerà Aleksander Ceferin. Nel frattempo, la Federazione attende di conoscere se e quando sarà convocata l'Assemblea elettiva che dovrà restituire alla Figc una guida ordinaria.

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