L'Oman annuncia una svolta nei negoziati: l'Iran accetta di azzerare le scorte di uranio arricchito

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La diplomazia internazionale, in queste ore convulse segnate da una tensione che pare inestinguibile in Medio Oriente, registra però un’apertura che potrebbe ridisegnare gli equilibri della proliferazione nucleare. Il ministro degli Esteri dell’Oman, Sayyid Badr Albusaidi, ha infatti reso noto un passo significativo compiuto da Teheran, un’ammissione che arriva al termine di un confronto, svoltosi a Washington, con il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance. L’intesa, stando alle dichiarazioni rilasciate dal capo della diplomazia di Mascate all’emittente CBS e poi rilanciate sul suo profilo X, concernerebbe lo "zero accumulo" e lo "zero stoccaggio" di uranio arricchito, un impegno che, qualora venisse effettivamente onorato, renderebbe di fatto impossibile per la Repubblica Islamica assemblare un ordigno in tempi rapidi. Il ministro, che da anni agisce come mediatore tra gli Stati Uniti e l'Iran, ha parlato di una vera e propria "svolta" nei negoziati, sottolineando come le scorte attualmente presenti sul suolo persiano verrebbero diluite, mescolate al più basso livello di arricchimento possibile e convertite in combustibile, un processo che Albusaidi ha definito "irreversibile" e che avverrebbe sotto la completa e totale verifica dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA). Questa mossa, che di fatto supera i termini del vecchio accordo JCPOA negoziato anni fa, mira a rimuovere il cuore del contendere, spostando l'attenzione dalla quantità di materiale fissile alla garanzia che esso non possa essere militarizzato, una garanzia che, se attuata, renderebbe l'argomento dell'arricchimento in sé, secondo il capo della diplomazia dell'Oman, "meno rilevante".

La Farnesina conferma l'allerta: "Italiani lascino l'Iran"

Proprio mentre il canale diplomatico omanita prova a tessere una trama di distensione, la macchina della prevenzione italiana si muove in senso opposto, dettata dalla prudenza. La Farnesina, per bocca del ministro Antonio Tajani, ha ribadito con forza l'invito, già rivolto nelle scorse settimane, a tutti i cittadini italiani presenti in Iran a lasciare il Paese, estendendo la raccomandazione alla massima cautela nell'intera area mediorientale. Il timore, non esplicitato ma chiaramente percepibile dalle comunicazioni ufficiali, è legato a "possibili nuove attività militari", un'eventualità che, nonostante gli spiragli di pace, rimane concreta sul tavolo del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Già a fine gennaio, in seguito all'acuirsi delle proteste interne e al deterioramento delle condizioni di sicurezza, il ministero aveva disposto il rientro in Italia del personale non indispensabile dell'ambasciata a Teheran, una misura che ora viene estesa e rafforzata con un appello ai turisti e ai residenti temporanei. Alla base di questa decisione, che allinea l'Italia alle scelte di Regno Unito e Stati Uniti, i quali hanno ordinato l'evacuazione del proprio staff diplomatico, vi è la consapevolezza che la regione si trovi su un crinale pericoloso, dove un incidente o un fraintendimento potrebbero innescare una spirale incontrollabile.

La posizione di Washington: nessuna guerra lunga, ma tutte le opzioni restano aperte

A fare da contraltare alle aperture omanite e alle precauzioni italiane, vi è la posizione articolata della nuova amministrazione americana. Il vicepresidente Vance, in un'intervista rilasciata al Washington Post e ripresa dalle agenzie internazionali, ha voluto tracciare una linea chiara, distinguendo tra gli obiettivi strategici e le modalità della loro esecuzione. Da un lato, Vance ha garantito che, anche nell'ipotesi di un'azione militare contro gli impianti nucleari iraniani, gli Stati Uniti non verranno trascinati in un conflitto prolungato, rigettando lo spettro di un nuovo, interminabile impegno bellico in Medio Oriente. Dall'altro, però, ha ribadito come il presidente Trump stia ancora valutando tutte le opzioni, bilanciando la necessità di "garantire che l'Iran non abbia un'arma nucleare" con la preferenza, dichiarata, per una risoluzione diplomatica della crisi. Le stesse parole del vicepresidente, che ha affermato di non conoscere l'esito finale della riflessione del tycoon, rivelano la natura ancora fluida della strategia americana, una strategia che tiene la diplomazia in una mano mentre con l'altra continua a rafforzare la propria presenza militare nel Golfo Persico.

Teheran e i dettagli dell'intesa: negoziati tecnici a Vienna e accesso agli ispettori

Sul fronte iraniano, le dichiarazioni del ministro Albusaidi aggiungono dettagli sostanziali a quello che potrebbe configurarsi come un nuovo assetto. L'intesa sullo smantellamento delle scorte, che secondo fonti vicine ai negoziati riguarderebbe circa diecimila chilogrammi di uranio arricchito, non è solo un impegno politico ma prevede una tabella di marcia precisa e un meccanismo di verifica rafforzato. Il capo della diplomazia dell'Oman ha infatti rivelato che i prossimi colloqui tecnici, che si terranno a Vienna, definiranno le modalità con cui le scorte verranno diluite o esportate, mentre l'attuazione dell'accordo, comprensiva della gestione delle scorte, della verifica e dell'accesso ai siti, potrebbe essere completata nell'arco di novanta giorni. Un punto di fondamentale importanza, emerso dalle parole del mediatore, è la possibilità che, a un certo punto del processo e una volta che l'accordo mostrerà la sua solidità, anche ispettori statunitensi possano ottenere l'accesso agli impianti, un livello di trasparenza che andrebbe ben oltre quanto previsto dagli accordi precedenti. La palla, ora, passa ai tecnici e alla volontà politica delle parti, chiamate a trasformare l'ottimismo del mediatore in clausole vincolanti, mentre la tensione militare, seppur in secondo piano, continua a fare da sfondo minaccioso a queste trattative.

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