David Bowie, il camaleonte: le parole a Lennon, le case e il silenzio sulla malattia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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In un'intervista del 1987, concessa a "Vox Pop", David Bowie, ripercorrendo con vivida memoria alcuni incontri fondamentali, rievocò con un moto di sincera emozione l'episodio in cui John Lennon, all'inizio del decennio dei settanta, aveva tagliato corto con una delle sue celeberrime sintesi. Bowie, che all'epoca stava ridefinendo i confini della performance con il personaggio di Ziggy Stardust, il messaggero spaziale androgino simbolo del Glam Rock, gli chiese infatti un parere sulla sua nuova direzione artistica. La risposta di Lennon, come ricordò l'artista britannico, fu immediata e spiazzante: «Sì, è fantastico. Ma è solo rock’n’roll con il rossetto, giusto?». Una definizione che Bowie, senza esitazione, riconobbe come perfettamente calzante, ammettendone la veridicità assoluta. Quel dialogo, fulminante nella sua semplicità, è solo uno dei molti tesori raccolti nel volume "L’artista parlò alla rockstar", una collezione di interviste che ritraggono il camaleonte della musica nel suo perpetuo, affascinante dialogo con il mondo e con le sue stesse creazioni, tra cui anche l'enigmatico e glaciale alter ego The Thin White Duke, il Duca bianco.
Una battaglia privata e il testamento di Blackstar
La scomparsa di David Bowie, avvenuta il 10 gennaio del 2016, due giorni dopo il suo sessantanovesimo compleanno, impose al mondo intero una brusca, dolorosa presa di coscienza: una delle voci più sperimentali e visionarie del secolo si era spenta. L'annuncio, giunto come un fulmine a ciel sereno, rivelò solo allora una verità tenuta nascosta con ferrea determinazione: per circa diciotto mesi l'artista aveva combattuto, lontano da ogni riflettore, una battaglia solitaria contro un cancro al fegato. La sua morte, che seguì di pochissimo la pubblicazione dell'album "Blackstar", un'opera oscura e densa di simbolismi, trasformò quell'ultimo lavoro in un testamento artistico di straordinaria profondità, un addio meditato e consegnato alle note, la cui complessità si svelò pienamente solo in seguito.
Le dimore come rifugi di un'anima nomade
Se la sua figura pubblica si moltiplicava in personaggi iconici, la vita privata di Bowie fu caratterizzata da un nomadismo ricercato, da una costante fuga dalla stanzialità. Le sue case, disseminate in varie parti del globo, non furono mai semplici indirizzi o contenitori di beni, ma veri e propri rifugi temporanei, microcosmi che rispecchiavano le diverse fasi della sua anima. In ogni abitazione, che egli sceglieva e modellava con cura, si cela un frammento della sua storia, un tentativo di dar forma a un luogo che fosse, di volta in volta, specchio e protezione, senza mai diventare una gabbia definitiva.
La visione di un estimatore: un unicorno nell'arte
Cesare Veronico, operatore culturale e musicale di lunga data, coordinatore artistico di progetti come Puglia Sounds e del festival Medimex, da sempre tra i più profondi conoscitori e estimatori dell'opera bowiana, ha coniato per lui una definizione che ne coglie l'unicità assoluta. Veronico, la cui attività spazia dalla radio all'organizzazione di eventi dal respiro internazionale, descrive Bowie come "una sorta di unicorno" nel panorama della musica e dell'arte, sottolineando quella rarità, quella qualità mitica e irripetibile che ha permesso all'artista di trascendere ogni genere e di segnare indelebilmente la cultura contemporanea, lasciando un'impronta che va ben al di là delle semplici note musicali.




