Bowie, dieci anni dopo: metamorfosi di un'eredità imperitura

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sono trascorsi esattamente dieci anni da quel 10 gennaio 2016, data in cui il mondo seppe della scomparsa di David Bowie, un evento che seguì di soli due giorni la pubblicazione del suo testamento artistico, l'album "Blackstar". La sua carriera, che si snoda attraverso decenni, può essere definita senza timore di esagerazione uno slalom spettacolare tra generi e identità, una costante opera di metamorfosi il cui sguardo era quasi sempre rivolto al futuro. Per onorarne la memoria, un percorso possibile è quello di ripercorrerla attraverso alcune fondamentali svolte che ne hanno segnato il cammino, a partire dalla prima, decisiva hit. Il giovane David Jones, che aveva scelto il nome d'arte Bowie, esordì come cantautore di talento ma ancora acerbo, una spugna capace di assorbire ogni esperienza, fino al lancio nell'orbita del successo planetario con "Space Oddity", brano che aprì la strada a tutto ciò che sarebbe seguito.

Il dialogo con le maschere e la sostanza del rock

Il suo genio, del resto, si plasmò attraverso un dialogo infinito non solo con il mondo circostante ma anche con se stesso e con le figure che popolavano il suo immaginario, come confermò in un'intervista del 1987, ricordando un aneddoto rivelatore. Raccontò, con un certo divertimento, di quando all'inizio degli anni Settanta chiese a John Lennon un parere sul glam rock che stava cavalcando e la risposta fu lapidaria: «Sì, è fantastico. Ma è solo rock'n'roll con il rossetto, giusto?». Una definizione che Bowie, senza remore, riconobbe come perfettamente veritiera, dimostrando quella capacità di giocare con le maschere senza mai perdere di vista la sostanza della musica. Quel gioco diede vita a figure iconiche, da Ziggy Stardust, l'androgino messaggero spaziale simbolo di un'epoca, a The Thin White Duke, alter ego aristocratico e glaciale che rappresentò un'altra fase della sua complessa personalità artistica.

I ricordi dal set, l'umanità oltre l'icona

Oltre le maschere e i personaggi, emergono anche ricordi che ne ritraggono il lato più umano e accessibile, come quelli offerti da chi ebbe la fortuna di lavorare al suo fianco. Brian Henson, figlio del regista Jim Henson, ricordò recentemente la collaborazione sul set del film "Labyrinth - Dove tutto è possibile", a quarant'anni dalla sua uscita. All'epoca ventiduenne, Henson trascorse molto tempo con la star e poté osservarla da una prospettiva privilegiata, notando come per Bowie l'esperienza della recitazione fosse quasi "come andare in vacanza", un momento di leggerezza e scoperta lontano dall'immagine pubblica dell'icona glamour. Un dettaglio che aggiunge un tassello alla comprensione di un artista capace di calarsi totalmente in contesti diversi.

Un'eredità che rinasce e si moltiplica

La prova più tangibile della vitalità della sua eredità artistica arriva, in maniera fredda e numerica, dai dati di ascolto. Le sue canzoni, stando a ricerche condotte nel Regno Unito, vengono oggi trasmesse per circa duecentomila volte all'anno, una cifra che rappresenta grosso modo il doppio di quanto avveniva nel momento della sua scomparsa. Un'inversione di tendenza sorprendente, che parla di una rinascita postuma e di una scoperta da parte di nuove generazioni. Londra, del resto, la città che gli diede i natali nel quartiere di Brixton, celebra questo decennale con diverse iniziative, dall'annuncio del restauro e dell'apertura al pubblico del cottage di Bromley, dove visse parte della giovinezza, a un concerto gratuito che ne percorrerà l'opera. Ventina di biografie pubblicate a livello globale e un centro archivistico a lui dedicato a Stratford completano il quadro di un'eredità che, lungi dall'appannarsi, continua a espandersi e a sedurre, confermando che la metamorfosi, per David Bowie, non si è mai realmente arrestata.

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