La strage di Tammun e i bambini sopravvissuti: “Perché avete ucciso la mia famiglia?”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il villaggio di Tammun, nel distretto di Tubas, in Cisgiordania, è diventato il teatro di uno degli episodi più drammatici dell'occupazione, quando nella notte tra sabato 14 e domenica 15 marzo 2026 i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro un’auto su cui viaggiava una famiglia palestinese, uccidendo il padre, la madre e due dei loro quattro figli. Le vittime, Ali Khaled Sayel Bani Odeh di 37 anni e Waad Othman Aqel Bani Odeh di 35 anni, sono state raggiunte dai proiettili insieme ai piccoli Mohammed di cinque anni e Othman di sette, quest’ultimo portatore di handicap e seduto in grembo alla madre al momento degli spari. La versione fornita dalle autorità israeliane parla di un’operazione congiunta tra esercito e polizia di frontiera finalizzata all’arresto di sospettati di terrorismo, durante la quale l’auto della famiglia avrebbe accelerato verso i militari, spingendoli a sparare ritenendosi in pericolo; una ricostruzione che però stride con quanto affermato da un residente che ha assistito alla scena, secondo il quale il veicolo si era completamente fermato prima che partissero i colpi. A rendere ancora più agghiacciante il bilancio è la sopravvivenza di due fratellini, Mustafa di otto anni e Khaled di dodici, che ora si trovano in affidamento ai nonni e che hanno dovuto assistere alla morte dei genitori e dei fratelli sotto i loro occhi.

Le testimonianze dei sopravvissuti e il fermo dei soccorsi

La dinamica dei fatti, ricostruita attraverso le parole dei superstiti e dei soccorritori, dipinge un quadro di violenza inaudita. Khaled, il maggiore dei bambini sopravvissuti, ha raccontato ai giornalisti, tra cui l’inviata della Rai Laura Tangherlini, che subito dopo gli spari suo padre aveva recitato la Shahada morendo, mentre la madre aveva gridato un'ultima volta prima di tacere per sempre. L’auto, crivellata dai proiettili, presentava decine di bossoli calibro da assalto, segno di una potenza di fuoco spropositata secondo gli abitanti del luogo, che hanno parlato di oltre cinquanta colpi esplosi. Quando le ambulanze della Mezzaluna Rossa palestinese sono giunte sul posto, i militari israeliani hanno inizialmente impedito loro di avvicinarsi al veicolo, ordinando di allontanarsi e lasciando i feriti senza assistenza per un tempo prolungato; solo in un secondo momento i corpi senza vita dei quattro membri della famiglia Bani Odeh sono stati recuperati dall’interno dell’abitacolo, mentre i due bambini ancora in vita, feriti lievemente alla testa e al volto da schegge di vetro, sono stati presi in consegna dai sanitari e affidati ai nonni. L’anziana nonna dei piccoli, Najah, ha descritto con dolore la scena, raccontando che i bambini, reduci da una gita a Nablus per fare acquisti in vista della festività dell'Eid al-Fitr, stavano cantando in auto pochi istanti prima che la raffica li colpisse.

L’escalation della repressione e la violenza dei coloni

Questo massacro si inserisce in un quadro di crescente tensione che investe l’intera Cisgiordania, dove l’attenzione mediatica internazionale è quasi interamente assorbita dal conflitto tra Israele e Iran, mentre nei territori occupati si moltiplicano le incursioni dell’esercito e gli attacchi dei coloni ebraici contro i civili palestinesi. Dopo l’inizio della guerra, il governo israeliano ha intensificato le operazioni militari, in particolare nel nord della Cisgiordania, provocando lo sfollamento di decine di migliaia di persone dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Tubas, e il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che ai palestinesi allontanati non sarà permesso fare ritorno alle loro case. Parallelamente, organizzazioni come Amnesty International denunciano un’accelerazione senza precedenti nella costruzione di insediamenti illegali e nell’esproprio di terre, fenomeni che l’impunità di cui gode Israele, anche grazie al sostegno incondizionato dell’amministrazione statunitense guidata dal presidente Trump, incoraggia ulteriormente. I dati parlano chiaro: dal 7 ottobre 2023 a oggi, nel solo distretto di Tubas sono stati uccisi 44 palestinesi, e l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari ha registrato oltre mille vittime palestinesi in Cisgiordania nello stesso periodo, tra cui più di duecento bambini.

L’inchiesta e le reazioni nel villaggio di Tammun

Mentre a Tammun la casa dei Bani Odeh continua a essere meta di un flusso incessante di parenti e compaesani giunti per porgere le condoglianze, l’esercito israeliano ha fatto sapere che le circostanze dell’incidente sono al vaglio delle autorità competenti, senza però fornire al momento elementi che possano chiarire perché una famiglia, con quattro bambini a bordo, sia stata fatta oggetto di un fuoco così intenso. I residenti hanno raccolto e consegnato alle autorità palestinesi i bossoli trovati attorno al luogo della strage, nella speranza che possano servire a dimostrare la sproporzione della risposta militare. I due fratellini sopravvissuti, Mustafa e Khaled, che ora vivono con i nonni, continuano a ripetere la stessa domanda, quella che hanno gridato appena scesi dall'auto: “Perché avete ucciso mia madre e mio padre?”, un interrogativo che riecheggia nelle stanze vuote della loro casa e per le strade polverose del villaggio, dove il lutto si mescola alla rabbia per un’altra famiglia distrutta.

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