Fronte compatto di undici Paesi contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania
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Redazione Esteri
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Italia, Francia, Germania e Regno Unito, insieme a Paesi Bassi, Canada e Norvegia, hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta per chiedere a Israele il ritiro immediato dei bandi relativi al progetto E1 e l'interruzione dell'espansione degli insediamenti nei territori palestinesi. All'originario gruppo di sette nazioni si sono successivamente aggiunti anche Australia, Nuova Zelanda, Svezia e Belgio, portando a undici il numero dei Paesi che ora premono sul governo israeliano affinché riveda le proprie politiche in Cisgiordania.
La presa di posizione collettiva segna un'ulteriore escalation diplomatica in un contesto già reso incandescente dalle tensioni mediorientali, con iniziative che si intrecciano ad altre azioni internazionali parallele, come la richiesta di oltre cento ex diplomatici francesi e britannici di adottare misure più stringenti nei confronti dello Stato ebraico, tra cui il divieto di commercio e vendita di armi e la sospensione dell'accordo di associazione tra Unione Europea e Israele, nonché dell'accordo commerciale bilaterale tra Regno Unito e Israele.
La mobilitazione diplomatica e il progetto E1
Il progetto E1, al centro della disputa, prevede la costruzione di migliaia di nuove unità abitative tra Gerusalemme Est e la città di Ma'ale Adumim, un intervento che di fatto andrebbe a saldare il blocco degli insediamenti israeliani nella zona, precludendo qualsiasi continuità territoriale a un futuro Stato palestinese e rendendo di fatto impossibile la soluzione dei due Stati.
La dichiarazione sottoscritta dagli undici Paesi, pur non contenendo minacce esplicite di sanzioni, rappresenta un atto di pressione politica coordinata di notevole peso, considerato che tra i firmatari figurano alcune delle principali potenze europee e alleati storici di Israele come Canada e Regno Unito. Nel documento, i governi chiedono non solo il blocco immediato dei nuovi bandi, ma anche l'inversione di rotta rispetto alle politiche di espansione, sottolineando come tali azioni minino le prospettive di una pace duratura nella regione e violino il diritto internazionale.
Il fronte diplomatico si allarga mentre sul terreno la situazione rimane critica, come dimostra l'uccisione di un diciassettenne palestinese in Cisgiordania, episodio che ha ulteriormente inasprito gli animi e alimentato le critiche internazionali verso le operazioni militari e di sicurezza israeliane nei territori occupati.
Le pressioni dei diplomatici e il nodo degli accordi commerciali
In parallelo alla mobilitazione dei governi, oltre cento ex diplomatici di alto rango provenienti da Francia e Regno Unito hanno lanciato un appello urgente per un'azione decisa che costringa Israele ad accettare la creazione di uno Stato palestinese, prospettando misure che vanno ben oltre la semplice condanna verbale.
Tra le richieste avanzate dagli ex funzionari, che vantano decenni di esperienza nelle relazioni internazionali e nei dossier mediorientali, figurano il divieto assoluto di commercio e vendita di armi a Israele, la sospensione dell'accordo di associazione tra Unione Europea e Israele e la cancellazione dell'accordo commerciale che lega il Regno Unito allo Stato ebraico.
Questa presa di posizione, per quanto non vincolante per i rispettivi governi, riflette un crescente malessere all'interno delle stesse cancellerie occidentali di fronte a quella che viene definita come la "cancellazione" della Palestina sotto gli occhi della comunità internazionale, un processo che secondo i diplomatici procede inarrestabile da anni senza che si siano visti interventi efficaci per arginarlo.
L'iniziativa dei cento ex ambasciatori e alti funzionari si inserisce in un quadro di crescenti critiche anche da parte di organizzazioni per i diritti umani, che da tempo denunciano le condizioni della popolazione palestinese nei territori occupati e l'inefficacia delle misure finora adottate per frenare l'espansione degli insediamenti.
La tensione con l'Iran e lo Stretto di Hormuz
Lo scenario mediorientale si complica ulteriormente con le minacce lanciate dall'Iran, che ha avvertito che qualsiasi Paese decidesse di unirsi alla guerra economica promossa dagli Stati Uniti sarà considerato un "nemico" e subirà ritorsioni concrete.
Mohsen Rezaei, alto funzionario della sicurezza iraniana e segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, ha dichiarato in un'intervista all'emittente statale IRIB che Teheran, dopo aver tentato la via del dialogo diplomatico per invitare le nazioni a rimanere neutrali, non esiterà a colpire direttamente gli interessi di chi aderirà all'assedio economico guidato da Washington, arrivando a minacciare il blocco delle esportazioni petrolifere attraverso lo Stretto di Hormuz, con il conseguente impedimento del passaggio di "anche una sola goccia di petrolio".
La tensione si riverbera anche sui confini siriani, dove sarebbero in corso contatti segreti tra Israele e Siria per evitare un'ulteriore escalation militare, mentre la Turchia ha emesso un mandato d'arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nell'ambito del caso Flotilla, una vicenda risalente al 2010 che vide un assalto israeliano a una nave umanitaria diretta a Gaza con un bilancio di nove morti, un provvedimento che rappresenta un gesto politico di forte rottura con l'impunità finora goduta dal leader israeliano sulla scena internazionale.
Le richieste del Libano e gli sviluppi giudiziari
In questo clima di accese tensioni, il presidente libanese Joseph Aoun ha incontrato il Papa in Vaticano per sollecitare la Santa Sede a proseguire gli sforzi diplomatici in tutti i forum internazionali affinché Israele attui le disposizioni dell'accordo quadro firmato sotto l'egida degli Stati Uniti lo scorso 26 giugno, un'intesa che prevede il ritiro israeliano dal sud del Libano e la cessazione delle aggressioni quotidiane che colpiscono civili, infrastrutture e villaggi.
La visita del presidente libanese, che ha esortato i funzionari vaticani a mantenere alta l'attenzione sulla questione, si inserisce in un contesto di fragilità istituzionale per il Libano, ancora alle prese con una grave crisi economica e politica, ma anche di rinnovato attivismo diplomatico per cercare di ottenere garanzie internazionali contro le incursioni israeliane nel sud del Paese.
Nel frattempo, il caso Flotilla torna a far parlare di sé con il mandato d'arresto emesso dalla magistratura turca, un'azione che, sebbene difficilmente possa portare a un effettivo arresto di Netanyahu, ha un forte valore simbolico e politico, poiché rompe di fatto l'impunità di cui il premier israeliano ha goduto fino a oggi e apre un nuovo fronte giudiziario internazionale.
L'intersezione tra le pressioni diplomatiche dei Paesi europei e occidentali, le minacce iraniane, le iniziative legali turche e le richieste libanesi dipinge un quadro di crescente isolamento per Israele, che si trova a dover fronteggiare un fronte plurimo di critiche e contestazioni mentre sul terreno la situazione in Cisgiordania e lungo i confini rimane esplosiva, con il rischio concreto di un nuovo scoppio di violenza generalizzata.
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