Luca Ward contro l’IA: «Le istituzioni non ci tutelano, ho brevettato la mia voce»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un atto formale, una mossa legale che assomiglia tanto a un grido d’allarme, e porta la firma – anzi, la voce – di Luca Ward. Il doppiatore romano, quello che da decenni presta il suo timbro inconfondibile a Russell Crowe, a Keanu Reeves, a Pierce Brosnan e a una moltitudine di altri attori hollywoodiani, ha deciso di depositare il marchio sonoro della propria voce. Una decisione, questa, che lo colloca tra i pionieri in Italia di una strategia giuridica pensata per arginare quella che lui stesso percepisce come una minaccia concreta e imminente: l’uso non regolamentato e spesso illecito dell’intelligenza artificiale generativa, capace ormai di clonare timbri, inflessioni e pause con una precisione talmente realistica da rendere l’originale e la copia quasi indistinguibili -1-4.
L’iniziativa, curata dallo studio legale MPMLegal per il tramite dell’avvocato Marco Mastracci, non è soltanto un vezzo da star o una trovata pubblicitaria. Dietro la registrazione di quello che tecnicamente viene definito un marchio sonoro non convenzionale, si cela la consapevolezza, piuttosto amara, che il quadro normativo attuale, in Italia come in Europa, arranchi vistosamente dietro l’evoluzione tecnologica. «Purtroppo le istituzioni non ci tutelano», ha dichiarato Ward, sintetizzando con queste poche parole il senso di abbandono che molti professionisti del settore – attori, doppiatori, speaker, cantanti – condividono di fronte all’avanzata di algoritmi sempre più potenti -9. La voce, che per chi fa il suo mestiere è il principale strumento di lavoro, il marchio di fabbrica, la propria firma acustica, rischia di diventare una materia prima saccheggiabile senza consenso e senza compenso.
Una corsa agli armamenti (legali) contro le macchine
La scelta di Ward non è, e non vuole essere, una dichiarazione di guerra all’intelligenza artificiale in sé. L’innovazione, lo si ripete spesso in questi casi, non è il nemico. Il problema, semmai, è l’uso che se ne fa e, soprattutto, l’assenza di confini chiari che impediscano a chiunque di prelevare frammenti vocali da vecchie interviste, film o spot pubblicitari per addestrare modelli di sintesi e far dire a un doppiatore cose che non ha mai detto, magari a scopo di lucro o, peggio, per creare deepfake dai contenuti imbarazzanti o diffamatori. Di qui l’idea di brevettare la propria voce, trasformandola in un bene giuridicamente riconoscibile e quindi difendibile. Una sorta di scudo preventivo, insomma, per potersi opporre con più efficacia a eventuali utilizzi non autorizzati in ambito digitale -2-7.
Il percorso, però, non è semplice. Lo stesso avvocato Mastracci ha spiegato come la strada per far accettare la voce di Ward come marchio sonoro presso l’ufficio europeo competente sia stata tutt’altro che scontata. In passato, molte richieste analoghe erano state respinte per questioni tecniche: la lunghezza eccessiva delle frasi registrate, la difficoltà di adattare un elemento fluido e naturale come la voce ai parametri rigidi richiesti dalla normativa, e così via -3. La pubblicazione ufficiale è avvenuta nei giorni scorsi, e ora si apre una finestra di tre mesi durante la quali terzi potrebbero presentare opposizioni. Se non emergeranno contestazioni, la registrazione diventerà definitiva, consolidando un precedente che potrebbe fare scuola.
L’assenza del legislatore e il modello americano
Ward non nasconde di aver guardato con attenzione a ciò che accade dall’altra parte dell’oceano. «Ho preso ispirazione dal modello americano, da quello che stanno facendo molti attori a Hollywood», ha spiegato. Negli Stati Uniti, dove la battaglia contro l’uso indiscriminato dell’IA nel settore dell’entertainment è già arrivata sui tavoli delle trattative sindacali – si pensi allo sciopero degli attori del 2023 – la sensibilità sul tema è decisamente più alta. Lì esistono leggi internazionali che consentono certi tipi di tutela, e l’amministrazione guidata da Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, non sembra intenzionata a lasciare campo libero alle big tech senza un minimo di regole, sebbene l’approccio sia molto diverso da quello europeo, più improntato alla deregulation e alla competizione. Il doppiatore italiano ha voluto importare quel genere di strategia, adattandola al contesto giuridico europeo, proprio per colmare un vuoto che, altrimenti, lascerebbe i professionisti del settore in balia degli eventi -9.
Il problema, va detto, non riguarda soltanto i volti noti o le voci celebri. Se un doppiatore famoso come Ward può permettersi di affrontare le spese legali e la complessità burocratica per depositare un marchio sonoro, la maggior parte dei suoi colleghi, quelli che lavorano nell’ombra, rischiano di rimanere scoperti. L’Associazione Nazionale Attori Doppiatori (ANAD), per bocca del suo presidente Daniele Giuliani, ha accolto con favore l’iniziativa di Ward, definendola «un primo passo concreto, molto interessante» e ribadendo al contempo la necessità impellente di leggi chiare e specifiche sull’intelligenza artificiale. «Se non regolamentata a dovere», ha avvertito Giuliani, «diventerà un problema insormontabile» -9.
La voce, questa sconosciuta
C’è infine un aspetto quasi filosofico, o forse sarebbe meglio dire esistenziale, in questa operazione. La voce è qualcosa di sfuggente, di immateriale. Non è un organo, sebbene sia prodotta da organi. Non ha una sede precisa, non sappiamo esattamente dove abiti nel, eppure è uno degli elementi più identitari e riconoscibili di una persona. È il veicolo delle emozioni, delle storie, dei pensieri. Brevettarla significa tentare di dare una dimensione fisica, giuridica, a qualcosa che per sua natura è etereo. Una sorta di paradosso, che Ward ha ben presente quando paragona l’impresa a quella di chi cerca di «arginare l’oceano a mani nude» -5. Un’impresa forse disperata, forse inutile, ma necessaria. Perché l’alternativa, il silenzio, sarebbe peggiore.




