Schwazer, il passo (quasi) leggendario che riapre il discorso sul ritorno: «Finché reggo questo livello»
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Redazione Sport
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A quarantun anni, un’età in cui molti atleti hanno già appeso le scarpe chiodate a un chiodo ideale, Alex Schwazer continua invece a macinare asfalto e dubbi, in un’alternanza che sembra uscita dalla sceneggiatura di un film incompiuto. La sua ultima impresa, consumatasi sulle strade di Kelsterbach, in Germania, ha il sapore di una sfida al tempo e a se stesso: nella 42 chilometri di marcia – distanza resa ufficiale da World Athletics solo da quest’anno – il marciatore altoatesino ha fermato il cronometro a 3h01’55”, imponendosi con un margine tale da trasformare la prova in un monologo. Un risultato, questo del 26 aprile, che non può essere liquidato come un episodio isolato, perché lo colloca al terzo posto delle liste mondiali stagionali e al primo tra gli europei; senza dimenticare, però, che si tratta anche del nuovo record italiano sulla distanza, primato che fino a ieri apparteneva ad Andrea Agrusti con 3h03’55”.
Il peso delle settimane e la risposta del “I sacrifici pagati, l’ho fatto anche per i miei figli”
Non è solo la prestazione in sé a colpire, quanto la lucidità con cui Schwazer racconta il percorso che l’ha resa possibile. Le cinque settimane di allenamento intensivo, la disciplina ferrea, la fatica che diventa compagna di viaggio: l’ex campione olimpico non nasconde il tributo richiesto da questa routine. «I sacrifici sono stati ampiamente ripagati», ha dichiarato, e in quella frase si intravvede una sorta di bilancio privato, quasi un patto con se stesso che include anche i figli come destinatari indiretti della sua tenacia. Tuttavia, ciò che rende l’intera vicenda più sfumata – e intrigante – è il rapporto che l’atleta intrattiene oggi con la parola “futuro”. Non una dichiarazione di addio, né un proclama trionfale: «Per il futuro agonistico non dipende da me – ha precisato – bisogna capire tante cose, l’obiettivo è andare avanti finché sono a questo livello».
Un “amatore” da primati europei e l’attesa della Federazione: “Disponibile, se vuole”
E qui si inserisce la nota più ambigua, quella che trasforma una cronaca sportiva in una sorta di atto interlocutorio. Schwazer, infatti, ha voluto definirsi «un amatore», parola che suona quasi come un’arma di difesa contro le aspettative altrui, ma che stride con i numeri che sta producendo. Dopo la vittoria a Kelsterbach, sull’onda dell’entusiasmo che faceva da contraltare alla storica maratona di Londra, il marciatore ha rilanciato: «Europei? Se la Federazione vuole, sono disponibile». Una frase che non suona né come una supplica né come una pretesa, piuttosto come un passaggio di consegne rovesciato: tocca ai vertici federali decidere se riannodare un filo che negli anni passati si è spesso spezzato tra cartellini rossi, penalità e polemiche (si ricordi, per esempio, il rifiuto della premiazione in una precedente occasione).
Il passato dentro il passo: i cartellini, le squalifiche e la rinascita silenziosa
Per capire la portata di questo ritorno – o di questo possibile ritorno – occorre riavvolgere il nastro. La carriera di Schwazer è stata un pendolo tra vertici assoluti (l’oro olimpico su 50 km a Pechino 2008) e abissi giudiziari, con sospensioni per doping e battaglie legali che ne hanno frantumato l’immagine pubblica. Eppure, anziché scomparire, l’atleta ha scelto una via laterale: gareggiare in Germania, approfittare di una distanza – la maratona di marcia – che rappresenta una sorta di terra di nessuno tecnica, e costruire, risultato dopo risultato, una credibilità che nessun verbale disciplinare sembra più in grado di scalfire. Il tempo di 3h01’55”, seppur non ancora ratificato in tutte le sue ufficialità, parla da solo: è la terza prestazione mondiale dell’anno, e per l’Italia rappresenta il nuovo riferimento cronometrico. Resta, inevitabile, l’interrogativo che aleggia tra le righe delle sue dichiarazioni: quel «bisogna capire tante cose» non è un mero riempitivo, ma il segnale che il ritorno alle grandi rassegne – magari gli Europei – passa attraverso decisioni che non dipendono solo dalle sue gambe.




