Trump e Teheran, scontro sulle ispezioni nei siti nucleari iraniani

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tregua, se così si può definire, dura lo spazio di un mattino. Mentre i mercati registrano il crollo del prezzo del greggio, ai minimi dall'inizio delle ostilità, il fronte diplomatico tra Stati Uniti e Iran si è trasformato in un campo minato di dichiarazioni contrastanti. Al centro della discordia, come spesso accade in questa lunga e complessa partita, c'è il programma nucleare di Teheran e, in particolare, la questione delle ispezioni dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) negli impianti danneggiati durante i bombardamenti dell'anno scorso.

La versione di Trump e il no di Teheran

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rotto gli indugi, assicurando che l'Iran ha acconsentito "pienamente e completamente" a consentire le ispezioni nucleari, definendo la cosa una certezza assoluta. Le sue parole sono state un tentativo di blindare l'esito dei negoziati, legando qualsiasi accordo futuro al via libera totale ai controlli dell'AIEA sui siti della Repubblica Islamica. Tuttavia, da Teheran è arrivata una replica secca e perentoria, che ha gelato ogni entusiasmo.

Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha blindato gli asset strategici del Paese, dichiarando che non ci saranno ispezioni nei siti bombardati da Tel Aviv e Washington e che "non negozieremo mai sulle nostre capacità di difesa". Una presa di posizione netta che ha smentito l'ottimismo ostentato dalla Casa Bianca.

Le schermaglie diplomatiche e il ruolo dell'AIEA

A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, che ha chiarito come a Ginevra non si sia tenuto alcun incontro con il direttore generale dell'AIEA, Rafael Grossi, nonostante la sua richiesta. Gharibabadi ha ribadito che qualsiasi discussione sulle ispezioni e sulle questioni nucleari potrà avvenire solo nell'ambito di un accordo finale e dopo che la controparte avrà adempiuto agli impegni presi, a partire dalla revoca di tutte le sanzioni.

Dall'altra parte, Grossi ha cercato di smorzare i toni, dichiarandosi convinto che le ispezioni avverranno, magari "dopodomani, tra una settimana o tra dieci giorni", ma che la tempistica è "importante ma non essenziale". Una dichiarazione che, se da un lato cerca di dissipare i dubbi, dall'altro evidenzia una frizione insanabile tra le due versioni, con i media di Stato iraniani che smentiscono categoricamente qualsiasi nuovo impegno assunto in materia.

Un negoziato in bilico tra sanzioni e nuove minacce

Lo stallo sulle ispezioni rischia di compromettere la stabilità dei negoziati in corso, mirati a trovare una soluzione definitiva al conflitto e a garantire la riapertura dello Stretto di Hormuz. Le posizioni, al momento, appaiono inconciliabili. Mentre Trump ha minacciato di annullare gli incontri se l'Iran non dovesse cedere, Teheran mantiene una linea dura, condizionando qualsiasi passo avanti alla revoca totale delle sanzioni e all'attuazione pratica del memorandum d'intesa firmato in Svizzera.

Nel frattempo, il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha confermato che un incontro tecnico è previsto in Svizzera per il 29 o il 30 giugno, un appuntamento cruciale che si preannuncia tutt'altro che semplice, alla luce delle dichiarazioni pubbliche che hanno inasprito la tensione. Sullo sfondo, rimane la questione delle ingenti quantità di uranio arricchito al 60% di cui si sono perse le tracce, un elemento che rende la posta in gioco ancora più alta e che alimenta la sfiducia reciproca.

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