Braccialetto elettronico e denunce: il femminicidio di Jessica e le misure che non fermano la violenza
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Redazione Interno
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La ripetizione, sinistra e insopportabile, di un copione che sembra ormai scritto nel sangue, si è consumata ancora una volta tra le mura domestiche di Castelnuovo del Garda. Jessica Stappazzollo, trentatré anni e origini brasiliane, è stata uccisa a coltellate dal compagno, Douglas Reis Pedroso, con il quale condivideva una relazione, segnata da soprusi, da appena due anni. Le sue parole, quelle stesse che aveva invano affidato a messaggi disperati, restano ora a testimoniare una sofferenza annunciata: “Sono tutta ferita per colpa tua, non riesco a deglutire la saliva”, scriveva all’uomo dopo un pestaggio, descrivendosi come “piena di ematomi”. Un racconto agghiacciante che sua sorella Laiza, sconvolta e al tempo stesso furiosa, ha riportato pubblicamente, sottolineando come Jessica fosse stata abbandonata da un sistema che avrebbe dovuto proteggerla.
Le denunce inascoltate e la richiesta di aiuto
“Poteva essere salvata”, afferma con amarezza Laiza Stappazzollo, la quale rivela che le denunce per le violenze subite dalla sorella “c’erano” e che, di conseguenza, “si doveva fare di più”. Secondo il suo doloroso resoconto, l’uomo, definito come una persona che “la picchiava di continuo”, agiva con una crudeltà metodica, quasi pedagogica. “La picchiava per educarla, come se fosse un cane, come se non fosse niente”, ha raccontato, citando i messaggi angosciati che Jessica le inviava. Un quadro di violenza domestica progressiva e documentata, che tuttavia non è bastato a impedire l’epilogo più tragico, nonostante gli interventi delle forze dell’ordine, di cui qualcuno parla, in passato.
La misura cautelare e il suo fallimento
Elemento che accresce l’amarezza e solleva interrogativi profondi sull’efficacia degli strumenti di prevenzione è la circostanza che Douglas Reis Pedroso, al momento del femminicidio, indossasse il braccialetto elettronico. Uno di quei dispositivi tecnologici, spesso presentati come barriere sicure, che invece non ha rappresentato alcun ostacolo alla sua furia omicida. La procura di Verona, del resto, ha parlato di un “numero smisurato di coltellate”, segno di un aggressione brutale e incontrollata. La stessa sorella della vittima ha aggiunto ulteriori tasselli a un mosaico di terrore, riferendo di comportamenti minacciosi che andavano ben oltre le percosse, fino a includere tentativi di violenza sessuale ai suoi danni.
Un caso che riapre la discussione sulle tutele
La morte di Jessica non è, purtroppo, un episodio isolato ma si inserisce in una lunga scia di femminicidi che pongono l’accento sulla discrepanza tra l’apparato legale e la realtà della violenza maschile contro le donne. Le polemiche, dopo questo ennesimo fatto di cronaca, sono inevitabili e ruotano attorno alla capacità delle istituzioni di valutare il reale pericolo e di applicare misure veramente protettive. Il braccialetto, in questo contesto, appare come un simbolo di una sicurezza solo presunta, un guscio vuoto quando manca una valutazione del rischio che sia continuamente aggiornata e un supporto concreto e tempestivo per chi ha il coraggio di denunciare.




