Delitto di Castelnuovo, Reis: «Non ricordo nulla»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le drammatiche parole, che ora pesano come macigni nel registro degli atti investigativi, erano state trascritte in una chat, uno di quegli scambi digitali che spesso custodiscono le prove più intime e terribili di una relazione. «Guarda che sono tutta ferita per colpa tua. Non riesco nemmeno a deglutire la saliva. Non voglio far fronte a questo. Sono piena di ematomi. Solo per farti capire», scriveva Jessica Stappazzollo, trentatré anni, al suo compagno Douglas Reis Pedroso, di quarantaquattro. La sua risposta, che oggi suona come un sinistro presagio di un epilogo annunciato, era stata lapidaria: «Guarda. Non è facile gestirti». Quel dialogo, un grido di dolore soffocato dalla banalità di uno schermo, rappresenta soltanto l'ultimo, documentato, anello di una catena di violenze che si è spezzata nella notte tra lunedì e martedì nell'abitazione di via Silvio Pellico, a Castelnuovo del Garda, dove il Corpo senza vita di Jessica è stato rinvenuto.

La furia e il tentativo di cancellazione

Sarà l'esame autoptico, disposto dalla Procura di Verona, a stabilire con precisione l'orario del decesso e a quantificare il numero, definito già «smisurato», delle coltellate inferte. Quello che emerge con chiarezza dalle prime indagini, tuttavia, è la ferocia di un attacco concentrato sul torace, sul collo e, in maniera particolaremente efferata, sul volto della donna. Una modalità che, come fanno intendere gli inquirenti, sembra tradurre in gesti omicidi un intento distruttivo che andava oltre l'uccisione, quasi un volerla cancellare, annientare nella sua stessa identità fisica. Una furia che, stando a quanto raccontato dalla sorella della vittima, non era affatto inedita; Laiza Stappazzollo ha infatti rivelato che l'uomo, durante le liti, arrivava a sbattere la testa di Jessica sul piano di un marmo, in un crescendo di brutalità che pareva non conoscere limiti.

Le denunce inascoltate e il dolore di una sorella

Oltre allo sconforto, è un profondo senso di rabbia a pervadere Laiza Stappazzollo, la quale non usa giri di parole per esprimere la sua convinzione: Jessica «poteva essere salvata». La sua accusa è diretta e amara, poiché sottolinea come «le denunce c’erano» e che, di conseguenza, «si doveva fare di più» per intervenire e proteggere sua sorella. Secondo il suo racconto, Douglas Reis Pedroso «la picchiava di continuo» e, nonostante gli episodi di violenza fossero noti, non era stato fatto quanto necessario per impedire che la situazione degenerasse fino all'epilogo più tragico. «Andava fermato prima», afferma con amarezza, evidenziando un doloroso sentimento di abbandono da parte delle istituzioni che avrebbero dovuto garantire la sicurezza della donna.

L'interrogatorio e il muro del silenzio

Douglas Reis Pedroso, fermato con l'accusa di omicidio volontario aggravato dal legame affettivo in attesa dell'udienza di convalida, di fronte agli investigatori ha opposto un muro di silenzio scegliendo una linea di difesa che rende ancor più arduo ricostruire la dinamica precisa degli eventi. L'uomo, infatti, ha dichiarato ai inquirenti di «non ricordare nulla» di quanto accaduto quella notte, lasciando così un vuoto di verità che solo le prove materiali e i racconti dei familiari tentano di colmare. Quella che emerge è l'immagine di una relazione segnata, fin nei suoi ultimi istanti, da un divario incolmabile tra la supplica disperata di una vittima e l'incapacità, o non volontà, di un uomo di porre fine a una spirale di violenza che si è conclusa in un bagno di sangue.

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