La guerra fredda digitale: Washington nega i visti a Breton e ad altri quattro europei
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Redazione Esteri
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"È tornata la caccia alle streghe di McCarthy?" Con questa domanda, lanciata in un post che ha immediatamente fatto il giro del mondo, Thierry Breton ha dato la misura di uno scontro diplomatico, destinato a inasprirsi, che trae origine proprio dalle politiche da lui stesso promosse. L’architetto del Digital Services Act, la normativa europea che impone obblighi stringenti alle grandi piattaforme online, figura infatti tra i cinque funzionari a cui gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione del presidente Donald Trump, hanno ufficialmente negato l’ingresso nel paese. Una mossa, annunciata dal Dipartimento di Stato, che non si limita a un gesto simbolico ma che viene motivata con un'accusa precisa: quella di aver promosso e attuato, secondo la visione di Washington, politiche di "censura" lesive degli interessi nazionali americani, un’affermazione che solleva interrogativi non banali sulla sovranità digitale e sui confini della regolamentazione.
Le sanzioni oltre l’ex commissario
La lista dei destinatari del provvedimento, resa pubblica attraverso i canali ufficiali dalla sottosegretaria di Stato Sarah Rogers, si estende ben oltre la figura di spicco di Breton, comprendendo personalità il cui operato è radicato nella società civile. A essere colpite sono, in particolare, due dirigenti dell’organizzazione tedesca HateAid, Anna-Lena von Hodenberg e Josephine Ballon, impegnate in prima linea nel sostegno alle vittime di odio e abusi online. La von Hodenberg, del resto, aveva ricevuto appena pochi mesi fa un riconoscimento ufficiale dal suo governo per il lavoro svolto in questo delicato settore, un dettaglio che rende la sanzione statunitense ancor più stridente e che la colloca in un quadro di frizione transatlantica, la quale non risparmia neppure chi agisce al di fuori delle istituzioni comunitarie.
Il contesto normativo dello scontro
Lo sfondo immediato di questa decisione, che alcuni osservatori non esitano a definire senza precedenti per il suo tenore, è da ricercarsi nell’applicazione concreta del pacchetto di regole digitali varato dall’Unione Europea. Il Digital Services Act, entrato in vigore, impone alle big tech obblighi di trasparenza e di moderazione dei contenuti che, sebbene concepiti per proteggere gli utenti e il mercato unico, sono spesso percepiti oltreoceano come un'intromissione eccessiva e un potenziale ostacolo alla libertà di espressione, secondo canoni che però a Bruxelles appaiono spesso come una copertura per l’inosservanza di norme basilari. È su questo terreno, minato da interpretazioni divergenti di concetti fondamentali, che si consuma la frattura, la quale assume i contorni di una risposta amministrativa a quelle che vengono giudicate, da una parte, pratiche vessatorie.
Le implicazioni per il futuro rapporto
La revoca dei visti, benché circoscritta a un numero esiguo di persone, rappresenta un’azione dalla forte carica politica, destinata a riverberarsi sui negoziati in corso in numerosi dossier che legano i due blocchi. Non si tratta, infatti, di una semplice misura burocratica ma di un segnale chiaro, lanciato in un momento particolarmente sensibile, su quanto l’amministrazione Trump intenda contrastare quelle che definisce derive regolatorie e protezionistiche. La reazione europea, per ora affidata alla veemenza delle parole di Breton, dovrà inevitabilmente tradursi in una posizione comune, mentre le aziende tecnologiche, spesso oggetto delle polemiche, si trovano strette tra due legislazioni sempre più distanti. Quel che è certo è che il campo di battaglia si è spostato, comprendendo non solo le aule dei tribunali o le sedi delle commissioni, ma anche i semplici documenti di viaggio.




