Scontro sui visti, Washington nega l'ingresso all'ex commissario Ue Breton e ad attivisti digitali
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Redazione Esteri
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La controversia tra Stati Uniti e Unione europea, dopo aver attraversato i capitoli dei dazi e delle politiche di difesa, approda su un terreno inedito e per certi versi più simbolico, quello delle libertà di movimento. L’amministrazione del presidente Donald Trump ha infatti rifiutato l'ingresso nel paese a cinque cittadini europei, tra i quali spicca la figura dell'ex commissario europeo agli Affari digitali, il francese Thierry Breton. I motivi ufficiali, come riportato da fonti vicine alla vicenda, inquadrerebbero i soggetti coinvolti come "attivisti radicali", una definizione che ha immediatamente sollevato non poche perplessità nelle capitali del Vecchio Continente e che sembra direttamente collegata al loro impegno nella regolamentazione del settore digitale e nel contrasto alla disinformazione online, ambiti in cui le grandi piattaforme tecnologiche americane sono spesso sotto scrutinio.
Una lista che include esperti e rappresentanti di ong
Accanto a Breton, la lista – che non costituisce un mero elenco burocratico ma un segnale politico dalla lettura non ambigua – comprende personalità legate ad organizzazioni non governative attive nel delicato campo della moderazione dei contenuti. Si tratta, per fare qualche nome, di Anna-Lena von Hodenberg e Josephine Ballon, che operano all'interno della tedesca HateAid, di Clare Melford, a capo del Global Disinformation Index con base nel Regno Unito, e di Imran Ahmed, del Center for Countering Digital Hate, anch'esso londinese. Il denominatore comune, al di là delle specifiche competenze, risiede in un lavoro di analisi e proposta che spesso si scontra con gli interessi commerciali e la visione della libertà di espressione delle aziende della Silicon Valley, le quali trovano un ambiente giuridico e politico tradizionalmente più favorevole proprio a Washington.
La lettura degli analisti sul nuovo corso protezionista
Secondo osservatori come l'analista Alessandro Aresu, il gesto va interpretato come l’ultimo tassello di una strategia coerente, benché abrasiva, da parte dell’attuale Casa Bianca. «Il vicepresidente americano JD Vance e l’amministrazione americana in passato avevano già attaccato esplicitamente l’Europa», ha ricordato Aresu, sottolineando come le accuse rivolte a Bruxelles vertessero sulla presunta limitazione della libertà di parola attraverso normative come il Digital Services Act. La negazione del visto, quindi, non sarebbe un incidente diplomatico ma un "passo avanti sfrontato" che mira a consolidare una precisa spinta ideologica, estendendo il protezionismo trumpiano – finora osservato principalmente in ambito commerciale e industriale – anche alla sfera delle idee e della governance del cyberspazio, con venature che alcuni non esitano a definire imperialistiche.
Le implicazioni per la relazione transatlantica
L’episodio, al di là delle singole persone coinvolte, scava un solco più profondo nella già complessa relazione transatlantica, introducendo uno strumento di pressione – il visto – raramente utilizzato in simili contesti tra alleati. Rivela, in sostanza, una volontà di punire e isolare quelle voci europee considerate ostili agli interessi strategici americani nel dominio digitale, trattando figure istituzionali o della società civile come se fossero avversari in un confronto geopolitico. La reazione europea, per il momento, si è limitata a prendere atto del fatto con freddezza, mentre si riflette internamente sulla necessità di sviluppare una voce unitaria e, come suggerito da alcuni, una maggiore autonomia tecnologica per non rimanere soggetti a simili forme di coercizione, che rischiano di minare la fiducia alla base della cooperazione in altri settori vitali.




