Hamas mostra il pugno di ferro a Gaza con esecuzioni pubbliche

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Inginocchiati e bendati, con le mani legate dietro la schiena, otto uomini sono stati giustiziati in una piazza di Gaza City, circondati da una folla e ripresi da video estremamente crudi che il braccio mediatico di Hamas ha poi diffuso, come un macabro monito, sul proprio canale Telegram. La scena, che si è consumata nella notte seguente all’accordo di pace con le forze israeliane, è stata presentata con una didascalia che definiva l’atto come l’esecuzione della condanna a morte emessa contro “diversi collaborazionisti e fuorilegge”, in quella che appare come una violenta rappresaglia interna. Con il ritiro parziale delle truppe israeliane, infatti, sono riesplose con virulenza le faide tra i diversi gruppi armati che operano nella Striscia, costringendo gli islamisti a mostrare il pugno di ferro per riaffermare un controllo che, dopo il conflitto, sembrava vacillare.

Il mirino sui clan rivali e i legami con l'Isis

La campagna di Hamas, che si è subito tradotta in una caccia alle cosiddette spie e a chiunque osi sfidarne l’autorità, ha un obiettivo preciso: colpire quelle fazioni che, approfittando del vuoto di potere, hanno consolidato il proprio traffico d’armi e le proprie ambizioni. Tra questi, il clan Doghmush, la cui storia è un intreccio di antiche rivalità e cambi di alleanza. Il suo leader, che negli anni Novanta militava nella Sicurezza Preventiva di Fatah – la formazione politica avversaria di Hamas –, è passato attraverso diverse trasformazioni, lasciandosi crescere la barba devota dopo aver visto i propri compagni, un tempo, tagliare quelle degli islamisti in segno di disprezzo. La sua devozione, diventata col tempo fanatica, lo ha portato a fondare l’Esercito dell’Islam e a giurare fedeltà allo Stato Islamico e ad Al Qaeda, sfidando apertamente il potere di Hamas e sventolando i vessilli neri in opposizione a quelli verdi del movimento che governa la Striscia.

Una giustizia sommaria per riaffermare il dominio

Le esecuzioni pubbliche, che hanno rapidamente fatto il giorno dei social media, rappresentano dunque uno strumento di governo, un modo per comunicare alla popolazione che ogni dissenso sarà represso con la massima severità. L’intimidazione è stata resa esplicita anche attraverso altri messaggi, con cui gli estremisti hanno intimato agli abitanti di Gaza di consegnare alle proprie unità qualsiasi individuo sospetto, promettendo una “giustizia severa” per chiunque rifiuti di collaborare. Una strategia del terrore che, mentre le inchieste giudiziarie sui fatti faticano a procedere nella complessità del contesto, mira a soffocare sul nascere qualsiasi focolaio di rivolta interna, riportando l’ordine attraverso la paura.

Le radici di una faida che affonda nel passato

Quello che viene presentato come uno scontro tra forze dell’ordine e criminali ha, in realtà, radici politiche profonde e personali, che risalgono a decenni fa, quando Gaza era sotto un controllo diverso. Gli islamisti, che non hanno dimenticato gli affronti subiti, come l’umiliazione di vedersi tagliare la barba, considerano questi clan non solo dei fuorilegge, ma dei traditori la cui lealtà è sempre stata volatile e interessata. La loro ascesa, favorita dal caos post-bellico, costituisce una minaccia diretta al monopolio della forza che Hamas intende mantenere a tutti i costi, anche a prezzo di mettere in scena, in diretta mondiale, la propria spietata determinazione.

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