Hokusai a Roma, la grande onda che ha cambiato il corso dell’arte occidentale

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   A Roma, nel cuore di Palazzo Bonaparte, la grande onda sta per abbattersi ancora una volta sul pubblico italiano. Non si tratta, questa volta, della forza distruttiva della natura, ma di quella, ben più silenziosa e pervasiva, esercitata dall’arte di Katsushika Hokusai, il geniale maestro giapponese del XVIII e XIX secolo la cui influenza, come un mare in tempesta, ha finito per travolgere i canoni estetici dell’Occidente. La mostra, inaugurata solo ieri e destinata a restare nelle sale del palazzo fino al prossimo 29 giugno, rappresenta un evento di portata eccezionale: con oltre duecento opere provenienti dal Museo Nazionale di Cracovia, molte delle quali mai viste prima in Italia, l’esposizione offre un’occasione unica per ripercorrere l’intera parabola creativa di un artista che, pur vivendo in un periodo di rigido isolamento nazionale, riuscì a concepire un linguaggio visivo capace di parlare all’universale.

La geografia di un’ossessione: tra il Fuji e la furia del mare

È proprio l’immagine più celebre, quella che ha fatto da apripista a questo immaginario, a condensare il fascino ambiguo e potentissimo della sua opera. *La grande onda di Kanagawa*, parte della celebre serie *Trentasei vedute del monte Fuji* realizzata tra il 1831 e il 1833, mette in scena un paradosso visivo che non smette di interrogare l’osservatore. Da un lato, c’è il mare in tempesta, le cui onde imponenti non si limitano a solcare l’orizzonte ma finiscono quasi per “chiuderlo”, trasformandosi in un artiglio di schiuma pronto a ghermire le fragili imbarcazioni dei pescatori, minuscole e già condannate a soccombere in quella lotta impari. Dall’altro, sullo sfondo, si staglia il monte Fuji, un cono perfetto che, pur celato tra i flutti, si impone con la sua “imperturbabilità”: è la calma che convive con la violenza, l’indifferenza monumentale della montagna contrapposta all’energia disperata dei piccoli uomini in balia delle acque. Un contrasto, questo, che non è solo tematico, ma anche tecnico e culturale, rappresentando il punto di contatto – mai così felice e conflittuale – tra la sensibilità orientale e quella occidentale.

Due capitali, due sguardi sul Giappone che cambia

Mentre la capitale si prepara a ospitare questo viaggio nell’opera di Hokusai, un’altra città italiana, Bologna, offre un’ulteriore chiave di lettura per comprendere la portata di questa rivoluzione estetica. Fino al 6 aprile 2026, il Museo Archeologico di Bologna ospita la mostra *Graphic Japan. Da Hokusai al Manga*, un percorso, anch’esso di ampio respiro, che si propone di attraversare secoli di produzione artistica e visiva giapponese, mettendo in relazione le stampe classiche con l’evoluzione della grafica contemporanea. Un’occasione, quest’ultima, per chi volesse approfittare delle ferie pasquali per immergersi in un universo figurativo che, a partire proprio dalle intuizioni di Hokusai, ha saputo rinnovarsi costantemente, trovando nella cultura pop contemporanea uno dei suoi più vitali territori di espansione.

Un’icona globale, il racconto di una studiosa a Genova

Il dibattito attorno a questa figura centrale dell’arte giapponese non si esaurisce, però, nei soli spazi espositivi. A Genova, lunedì 20 aprile alle ore 17, l’Accademia Ligure di Scienze e Lettere (presso Palazzo Ducale) ospiterà una conferenza dal Titolo *La Onda di Hokusai. Fenomenologia, fortuna, significati di un’icona globale*. A tenere la relazione sarà Donatella Failla, figura di riferimento nel campo degli studi orientalistici: già direttrice del Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone e docente di Storia dell’Arte dell’Asia Orientale all’Università degli Studi di Genova tra il 2012 e il 2013, Failla si soffermerà proprio sul divenire di quella stampa, analizzandone la fortuna critica e i molteplici strati di significato che l’hanno trasformata in un emblema senza confini. Un’occasione, questa, per approfondire, al di là della pura fruizione estetica, i meccanismi che hanno permesso a un’opera così radicata nel proprio tempo e nella propria cultura di diventare un patrimonio dell’immaginario collettivo globale.

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