La burocrazia svizzera fattura le ustioni di Crans-Montana, mentre l’Italia rifiuta il conto e i familiari rivedono l’inferno in otto minuti
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Redazione Interno
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La ferocia della burocrazia, si sa, non conosce confini né sentimentalismi; eppure, quella elvetica sembra averne fatto una bandiera persino di fronte alla tragedia di Crans-Montana, trasformando le ustioni di una decina di giovani italiani in una pratica contabile da smistare con la freddezza di un’operazione bancaria. Tre fatture, per un ammontare complessivo di circa 108mila euro che equivalgono a 109mila franchi, sono state recapitate all’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado – di rientro a Berna dopo la protesta formale del governo Meloni – dall’ospedale di Sion, il nosocomio che il primo gennaio ha prestato i primi soccorsi ai ragazzi coinvolti nell’incendio del locale “Le Constellation”. A rivelare l’entità di quei conti è stato lo stesso diplomatico, interpellato dal “Journal du Tessin”: si tratta di prestazioni erogate in una singola giornata, quelle del primo gennaio, per un ricovero che in molti casi è durato poche ore prima dei trasferimenti in territorio italiano.
Di fronte a quella che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito una “burocrazia inumana” capace di produrre una “farsa” più che una fattura, l’ambasciatore ha assunto una linea di fermezza senza precedenti, sostenendo che simili costi “assolutamente esorbitanti” debbano essere accollati – se non all’assicurazione malattia svizzera (LAMal) – al Canton Vallese, ma in nessuna circostanza alle famiglie né tantomeno allo Stato italiano. Ne è nato uno scambio a distanza che sa di braccio di ferro, alimentato dall’annosa irritazione per la vicenda giudiziaria legata alla libertà provvisoria concessa al gestore del locale, circostanza che già in passato aveva indotto Roma a richiamare momentaneamente Cornado nella capitale.
Il gelo diplomatico per il conto dei due turni di guardia
Nel dettaglio, la discordia si gioca su una differenza sostanziale nell’interpretazione delle regole europee in materia di assistenza sanitaria transfrontaliera, lago nel quale i due governi navigano ormai a vista dopo mesi di tensioni. Mentre il governo federale svizzero, attraverso l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS), tira dritto sostenendo che la normativa europea vada applicata anche agli ustionati di Crans-Montana, Roma rigetta al mittente l’addebito, sottolineando come non sia concepibile che a pagare debba essere il Servizio sanitario nazionale italiano per cure prestate a causa di quella che ritiene una “irresponsabilità” delle autorità locali e dei gestori. La presidente Meloni, che già la scorsa settimana sui suoi canali aveva parlato di una pretesa “ignobile”, ha ribadito che l’Italia non verserà un centesimo, mentre l’ambasciatore Cornado ha alzato ulteriormente il tiro facendo leva sulla reciprocità.
Perché l’argomento, sostengono a Palazzo Chigi, ha un peso specifico notevole in questa vicenda: a Milano, nel reparto grandi ustionati del Niguarda, sono attualmente ricoverati – e lo sono stati per mesi – due cittadini svizzeri, assistiti con spese ingentissime che l’Italia non ha mai avuto alcuna intenzione di rivalere sulla confederazione. La disparità di trattamento, nota l’ambasciatore, è lampante e rende ancor meno digeribili le richieste di pagamento provenienti da Berna. L’approccio italiano, a differenza di quello svizzero, non prevede lo smistamento di fatture in tempo di crisi, considerando quei ricoveri un atto di solidarietà tra Stati. Questa visione antiteticamente opposta rischia ora di far lievitare lo scontro fino ai massimi livelli diplomatici, anche perché i fronti aperti non si esauriscono qui.
I minuti decisivi dell’1:26 nel video concesso ai familiari
Mentre le cancellerie discutono di soldi e burocrazia sanitaria, l’inchiesta penale sulla strage che ha spezzato 41 vite – sei delle quali italiane – procede su un piano ben più doloroso: quello della ricostruzione minuto per minuto dell’inferno sotterraneo. E proprio in queste ore, la procura di Sion ha disposto l’accesso a un materiale tanto atteso quanto terrificante per le famiglie. A partire dalla prossima settimana, i parenti delle vittime potranno visionare un video finora tenuto segreto, frutto del montaggio delle registrazioni delle quattordici telecamere di sorveglianza presenti all’interno e all’esterno del “Le Constellation”. Non ci sono inquadrature superflue in quel filmato, che racchiude l’arco temporale letale compreso tra l’1:20 e l’1:28 del primo gennaio.
Sono otto minuti di immagini, al termine dei quali la registrazione si interrompe; e gli inquirenti hanno già fissato con precisione a pochi secondi dopo l’1:26 l’innesco della fase più critica delle fiamme. La polizia svizzera, che ha collaborato alla ricostruzione tecnica, metterà il materiale a disposizione prima delle parti civili e poi degli indagati in una sala predisposta all’interno del commissariato di Sion. C’è però una condizione ineludibile che la procuratrice Béatrice Pilllaud ha imposto: il divieto assoluto di fotografare lo schermo o diffondere i fotogrammi, pena conseguenze penali. Al termine della proiezione, ai presenti sarà consentito solo prendere appunti a penna, senza alcuna possibilità di estrarre copie digitali del dramma.
La spada di Damocle dei ristorni fiscali e le voci della Lega ticinese
Se si allarga lo sguardo al di là dei confini del Vallese, la questione delle fatture non è che il sintomo più recente di una stagione di gelo diplomatico – alimentata anche da altre rivendicazioni economiche. Non a caso, come riferito dalla stampa elvetica, la Lega dei Ticinesi ha scelto toni volutamente provocatori per commentare le proteste italiane, suggerendo addirittura di bloccare i “ristorni fiscali” – i consistenti versamenti che la Confederazione corrisponde annualmente a Roma per i frontalieri – rinfocolando una polemica che era già divampata nei mesi scorsi a proposito della nuova tassa sulla salute introdotta dall’Italia. Nel mirino di questi ambienti politici c’è proprio l’atteggiamento di uno Stato che, si legge sulle loro testate, “starnazza” ma che secondo loro non ha alcun titolo per rivalersi sugli ospedali elvetici.
Si fa strada quindi, anche se non formalizzata a livello federale, l’idea che la risposta Svizzera a questa querelle possa passare attraverso una stretta finanziaria, colpendo proprio quei trasferimenti di denaro da Berna a Roma che ammontano a centinaia di milioni di franchi. Dall’altra parte, il governo Meloni procede con freddezza tecnica, consapevole che la partita si giocherà nei prossimi mesi anche sui tavoli degli interrogatori, fissati per il mese di maggio, dei fratelli Moretti, i gestori del Constellation. L’avvocato Alessandro Vacccaro, legale della famiglia di una delle vittime, ha già annunciato che le dichiarazioni recentemente rilasciate dalle istituzioni svizzere potrebbero entrare nel bagaglio delle richieste risarcitorie, quanto a testimonianza di una precisa linea di condotta.
La vicenda di Crans-Montana, insomma, si articola su tre fronti distinti ma convergenti: quello giudiziario, che ora offre ai parenti la cruda visualizzazione degli ultimi otto minuti di vita dei loro cari; quello diplomatico-sanitario, con Roma blindata contro qualsiasi tentativo di addebito di quelle spese; e infine quello politico, dove la minaccia – ancora solo verbale – di utilizzare i ristorni fiscali come leva di pressione conferma che la fiducia tra i due paesi è ridotta ai minimi termini. Senza dimenticare che, sullo sfondo, restano sei bare italiane e una ferita aperta che la burocrazia, evidentemente, non riesce a rimarginare.




