La sentenza della Corte suprema che ridisegna il futuro elettorale della Louisiana
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Redazione Esteri
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La diciassettesima puntata di “Generazioni Liberali”, il podcast che analizza le dinamiche del potere e delle riforme, aveva già messo in luce i contorni di una battaglia legale destinata a segnare una svolta epocale. Nello specifico, ci si riferiva alla decisione con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha recentemente bocciato la nuova mappa congressuale della Louisiana, giudicando incostituzionale la creazione di un secondo distretto a maggioranza afroamericana. Secondo la maggioranza dei giudici, che ha votato con sei voti favorevoli e tre contrari, lo Stato del Sud ha finito per attribuire al criterio razziale un peso eccessivo nel disegno dei collegi; una scelta che, se da un lato era stata pensata per adeguarsi al Voting Rights Act del 1965, dall’altro ha rappresentato, a loro dire, una forma occulta di racial gerrymandering, trasformando una misura nata per garantire rappresentanza in un meccanismo di discriminazione inversa.
L’impatto strategico sulla corsa al Congresso
Questa pronuncia, che arriva in un momento di grande fibrillazione politica a causa delle imminenti elezioni di midterm, fa tirare un piccolo sospiro di sollievo a Donald Trump (rieletto ormai da più di un anno alla Casa Bianca, e la cui presenza costante sulla scena non costituisce più una novità per l’opinione pubblica). Dopo l’approvazione della nuova redistribuzione dei seggi in Virginia, una modifica che potrebbe costare fino a quattro scranni ai Repubblicani, la limitazione dell’uso della razza come leva per modificare le mappe elettorali salva il Grand Old Party da un’altra possibile débâcle proprio in quello Stato. La Louisiana, che deve fare i conti con un elettorato afroamericano pari a circa un terzo della popolazione, si trova ora costretta a correre sulle barricate: le primarie sono state sospese proprio per guadagnare tempo prezioso, necessario a ridisegnare i collegi senza tenere conto delle tutele etniche che fino a ieri sembravano inviolabili.
Il crepuscolo del Voting Rights Act
La decisione della Corte suprema, che per molti rappresenta un vero e proprio svuotamento di significato della storica legge del 1965, spalanca le porte a uno sconvolgimento profondo nelle fila dei membri afroamericani del Congresso. In pratica, apre la strada agli stati a guida repubblicana affinché ridisegnino i propri distretti senza l’obbligo di diluire il voto delle minoranze, creando così molti più seggi favorevoli al partito dell’elefante. I giudici hanno stabilito che, per dimostrare una violazione della legge, ora è necessario fornire una “forte inferenza” che i legislatori abbiano agito con intento discriminatorio, un onere della prova ben più pesante rispetto al passato. Non si tratta più solo di garantire una rappresentanza numerica, ma di dimostrare una volontà esplicita di esclusione; un cambio di paradigma che i gruppi per i diritti civili hanno subito definito come un “proiettile al cuore” del movimento per il diritto di voto, ricalcando le parole del reverendo Al Sharpton.
La “rivoluzione reazionaria” secondo Paolo Naso
Abbiamo sentito in merito Paolo Naso, docente di Scienza politica alla Sapienza e autore, tra le altre opere, di “Dio benedica l’America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump” (Claudiana, 2026). Durante la nostra conversazione, Naso ha definito la sentenza come parte integrante di una “rivoluzione reazionaria” che, a suo avviso, mira a silenziare le istanze delle fasce più vulnerabili della popolazione. Secondo l’analisi del professore, che ha scritto anche “Martin Luther King. Una storia americana”, la maggioranza conservatrice della Corte sta utilizzando il principio di neutralità razziale come un grimaldello per smantellare le conquiste faticosamente ottenute decenni fa. La Corte, nella sua opinione maggioritaria, ha insistito sul fatto che la conformità al Voting Rights Act non può giustificare l’uso esplicito della razza se non in casi di discriminazione passata “specifica e identificabile”. Naso osserva come questo rigorismo interpretativo, a cui si è aggiunta la constatazione che la Louisiana non aveva agito sotto coercizione immediata (avendo anzi il governatore approvato la mappa per chiudere una causa legale), rischi di ridurre a un semplice simulacro la tutela delle minoranze etniche in sede elettorale. Mentre i giudici liberali, in una vibrante dissertazione, hanno accusato la maggioranza di aver “eviscerato” la Sezione 2 della legge, Naso ci ricorda che lo scenario che si apre ora potrebbe portare a una frammentazione senza precedenti del mosaico elettorale americano.




