Putin, la vittoria a parole e i numeri di una guerra che non si placa
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Redazione Esteri
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Con la battaglia politica sugli asset russi ormai archiviata, una sorta di conflitto secondario nel teatro più ampio dello scontro con l'Ucraina, emerge un quadro in cui ciascuno degli attori coinvolti tenta di rivendicare un successo. Lo fa, com’è prevedibile, con toni diversi, c’è chi esulta e chi, data l’esile posta in gioco vinta, preferisce mantenere un profilo più defilato. In questo mosaico di dichiarazioni, Vladimir Putin si è prodigato nella consueta, lunga maratona retorica di fine anno, sfoggiando una performance di resistenza fisica e verbale – quattro ore di monologo e di risposte a una platea di giornalisti e di cittadini – che mira a proiettare l’immagine di un leader saldo e accessibile. Un leader che, rispondendo anche a domande bizzarre, dall’esistenza degli alieni alle questioni di cuore, dipinge se stesso come il pilastro di una nazione resiliente.
L’economia di guerra e l’orso “in pace”
Nei suoi interventi, il presidente russo ha delineato i contorni di un orso in piena forma, nonostante i terribili costi umani ed economici del conflitto, sostenuto da un’economia di guerra che, secondo i dati da lui forniti, ha visto crescere il Pil del 9,7 per cento nell’ultimo triennio. Un dato, questo, che permetterebbe, grazie a quelle che ha definito “le oltre 400mila persone arruolate l’anno scorso”, di schierare al fronte un contingente di 700mila militari. Una forza imponente, che egli descrive come invincibile, pur concludendo il suo ragionamento con un’apparente dichiarazione di pacifiche intenzioni, ovvero l’ansia di “vivere in pace il prossimo anno”. Una dichiarazione che, se da un lato sembra aprire a una tregua, dall’altro la subordina a condizioni note e ritenute inaccettabili da Kiev, come il riconoscimento dei territori annessi e l’esclusione dell’Ucraina da future adesioni all’Unione Europea.
L’avanzata dichiarata e la realtà del fronte
La narrazione trionfalista di Putin, riassunta nell’affermazione per cui “la Russia avanza lungo tutto il fronte, l’Ucraina si ritira”, viene però messa in discussione dalle analisi di osservatori militari indipendenti. Il quadro della guerra proposto dal Cremlino, in special modo durante la conferenza stampa del 19 dicembre, sembra infatti non corrispondere alla realtà dei fatti sul terreno, dove gli avanzamenti russi, seppur presenti in alcuni settori, sono lenti, costosi e tutt’altro che risolutivi. Si tratta di una discrepanza significativa, che trasforma quell’annuncio, nella migliore delle ipotesi, in un’affermazione imprecisa e, nella peggiore, in una dichiarazione falsa, volta a sostenere il morale interno e a consolidare l’immagine di un potere incontrastabile.
I dialoghi possibili e la guerra che continua
Parallelamente a questa rappresentazione della forza, Mosca lascia filtrare aperture diplomatiche, come quella comunicata dal portavoce Dmitri Peskov, secondo il quale Putin sarebbe “pronto al dialogo” con il presidente francese Emmanuel Macron. Una disponibilità che, tuttavia, risuona in un contesto bellico in cui le azioni continuano a parlare più delle parole. Nelle stesse ore in cui si parlava di possibile dialogo, infatti, le forze ucraine intercettavano settantacinque droni russi, e la regione di Odessa veniva colpita da nuovi raid per il secondo giorno consecutivo, episodi che mostrano come la dimensione militare del conflitto resti preponderante e spietata, lontana da qualsiasi autentica tregua.




