Cina e Stati Uniti, una tregua commerciale che non placa la guerra tecnologica
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Redazione Esteri
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Il vertice tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il leader cinese a Busan, il primo dopo anni di silenzi diplomatici interrotti soltanto da schermaglie commerciali, ha prodotto quella che i due hanno definito un’intesa di “grande successo”. L’atmosfera, stando alle cronache, è stata distensiva, suggellata da una stretta di mano che ha simbolicamente chiuso una fase di profonda contrapposizione. Al centro dell’accordo, che si prospetta avere una durata minima di un anno, vi è una reciproca riduzione delle barriere tariffarie: l’amministrazione Trump ha concordato un taglio dei dazi, portandoli al 47%, su una vasta gamma di prodotti importati, mentre Pechino, da parte sua, ha rimosso le restrizioni all’esportazione di quelle terre rare, fondamentali per l’industria tecnologica e militare moderna. La Cina, inoltre, ha confermato l’intenzione di acquistare significativi quantitativi di soia americana, andando a colpire uno dei nervi scoperti delle tensioni passate.
Il valore strategico delle materie prime
Proprio la questione delle terre rare, quei minerali essenziali per la produzione di dispositivi high-tech, dai telefoni cellulari ai sistemi d’arma più sofisticati, costituisce uno degli snodi cruciali di questa tregua. La mossa cinese, che ne controlla una fetta predominante della supply chain globale, non è affatto una concessione gratuita bensì una leva geoeconomica di straordinaria potenza, una carta che il leader cinese ha giocato con calcolata precisione. La dipendenza occidentale da queste risorse, del resto, conferisce a Pechino un vantaggio negoziale difficilmente eguagliabile, rendendo l’accordo su questo fronte un potenziale elemento “vincente” per la sua diplomazia. È attraverso queste leve, insieme al controllo capillare sulla filiera elettronica e in vista del prossimo piano quinquennale, che la Cina si prepara a consolidare la sua ambizione di dominio globale.
Un bipolarismo ormai cristallizzato
Al di là degli aspetti commerciali, il summit di Busan ha cristallizzato una realtà geopolitica ineludibile: il mondo è ormai saldamente bipolare, diviso tra l’egemonia statunitense e quella cinese. Il riconoscimento da parte di Washington di una parità strategica con Pechino, sebbene tacito, legittima di fatto non solo la sua potenza economica ma anche il suo modello politico, che molti definiscono totalitario. Questa tregua, pertanto, non va interpretata come un passo verso una pace duratura; essa rappresenta piuttosto una pausa tattica, un momento di respiro in una guerra di egemonia tecnologica e digitale che continua a infuriare sotterraneamente. Restano, infatti, numerosi fronti aperti, primo fra tutti il nodo dei semiconduttori, settore in cui la competizione rimane feroce e del tutto irrisolta.
Le posizioni sulla scacchiera internazionale
Secondo l’analisi di esperti come la sinologa Giada Messetti, l’accordo commerciale rappresenta per Pechino soltanto un singolo tassello all’interno di un cammino strategico di più ampio respiro. Anche la richiesta avanzata da Trump di un aiuto cinese per mediare la pace in Ucraina, per esempio, è stata accolta con un calcolato distacco. Fintantoché la situazione in Ucraina rimarrà intricata e carica di insidie, la Cina, secondo questa prospettiva, preferirà mantenere le distanze, evitando di impegnarsi in un processo dal quale non intravede vantaggi immediati e tangibili per i propri interessi nazionali. L’ambasciatore Ettore Sequi, tra gli altri, ha espresso un cauto prudenziale, sottolineando come la complessità della relazione sino-americana richieda una valutazione attenta e non frettolosa degli sviluppi.




