Bernard Arnault, una legacy da 80 miliardi e il rinvio della successione: «Ne riparliamo tra sette-otto anni»
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Redazione Economia
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L’assemblea generale degli azionisti di Lvmh, svoltasi come da tradizione nel maestoso Carrousel du Louvre a Parigi, ha offerto ieri uno spettacolo inedito per gli oltre vent’anni di regno del patriarca. Per la prima volta nella storia del colosso dei beni di lusso, i cinque figli di Bernard Arnault – quel piccolo esercito di eredi posizionati strategicamente ai vertici delle maison più prestigiose – hanno preso la parola uno dopo l’altro, quasi a voler mostrare all’uditorio l’ingranaggio perfetto di una dinastia pronta a tutto, tranne che a fermarsi. Erano lì schierati, sotto il palco della sala conferenze: da Delphine, alla guida di Dior, fino al più giovane Jean, responsabile degli orologi per Louis Vuitton, passando per Antoine, Frédéric e Alexandre. Un’esposizione mediatica calcolata, che però non ha scalfito la determinazione del fondatore, il quale con la consueta ironia serafica ha liquidato le pressioni riguardanti il passaggio di consegne.
«Mi avete rinnovato l’anno scorso con il 99% dei voti per i prossimi dieci anni, quindi se volete ne riparleremo tra sette od otto anni». Con queste parole, pronunciate in risposta a una domanda diretta di un azionista storico, Arnault ha messo in pausa ogni possibile speculazione, ricordando a tutti che il suo mandato – grazie a una modifica dello statuto approvata di recente che alza a 85 anni il limite d’età per il ceo – scadrà tecnicamente solo nel 2034. L’uomo più ricco d’Europa, nonostante i 77 anni ben portati, non ha la minima intenzione di mollare la presa su un impero che, anche nell’anno turbolento del 2025, ha registrato ricavi per 80,8 miliardi di euro e un utile netto di 10,8 miliardi, proponendo agli azionisti una cedola stabile di 13 euro.
La crisi globale, i conti che rallentano e lo spettro del Medio Oriente
La contestuale messa in vetrina della prole, per quanto affascinante, non deve però distrarre gli analisti dal quadro macroeconomico cupo che Arnault stesso ha dipinto davanti agli azionisti, ai quali ha offerto persino una bottiglia di Moët & Chandon. Il gruppo, reduce da un avvio d’anno che definire complicato è un eufemismo – il primo trimestre del 2026 ha visto la crescita organica ridursi della metà rispetto alle previsioni, fermandosi a un misero +1% – naviga letteralmente a vista. Il vero tallone d’Achille, ha spiegato Arnault, si chiama crisi in Medio Oriente. «Avrete notato che il mondo si trova ora in una crisi molto grave in quella regione», ha osservato il patron, aggiungendo che tutto dipenderà dall’evoluzione di questo conflitto, capace di trasformarsi in una catastrofe globale dalle conseguenze economiche devastanti o, nella migliore delle ipotesi, di risolversi rapidamente per consentire una graduale normalizzazione degli affari.
Non si tratta solo di diplomazia. Le rotte commerciali del lusso dipendono in larga misura dalla stabilità geopolitica, e i numeri diffusi durante l’incontro lo confermano: se la situazione dovesse persistere, l’intero comparto – dalla moda alla pelletteria, passando per vini e orologeria – sarà costretto a fare i conti con un calo di affluenza nei mercati chiave e una frenata dei turisti. Eppure, in questo mare di incertezze, Arnault ha voluto trasmettere fiducia nel lungo termine, forte di un gruppo che, anche nei momenti peggiori, ha sempre saputo rosicchiare quote di mercato ai concorrenti. La sua strategia è chiara: resistere alla tempesta, proteggere i margini e lasciare che siano i brand più iconici a trainare la ripresa, quando e se arriverà.
I cinque eredi sul palco e l’ossessione per il controllo
Ma l’elemento forse più interessante della giornata resta l’esordio collettivo della nuova generazione. Uno scenario minuziosamente studiato: a ognuno è stato concesso uno spazio per illustrare il proprio settore, dalle potenzialità del mercato africano per il cognac Hennessy fino alle ambizioni nel campo della gioielleria, dove Arnault pater ha ribadito senza mezzi termini che «tra cinque anni Tiffany può diventare la prima marca di gioielleria al mondo». L’esercizio di stile non è solo una vetrina per i media, ma un preciso messaggio lanciato alla comunità finanziaria: la successione non è un problema, è una transizione già in atto, controllata ferreamente dall’alto della piramide.
Ironia della sorte, proprio l’implacabile sete di controllo di Arnault è la garanzia che nessuno dei cinque prenderà il volo prima del tempo. La famiglia ha recentemente rafforzato la propria presa sul capitale, raggiungendo una partecipazione del 50,01% e ben il 65,94% dei diritti di voto, blindando di fatto il consiglio d’amministrazione. Lui, intanto, continua a sedersi su una poltrona che non scalda per nessuno, sorridendo mentre il mondo – fatto di dazi, guerre e inflazione – prova a fermare una delle macchine da guerra capitaliste più efficienti mai costruite. La differenza sostanziale con un anno fa, quando Arnault era ancora “solo” un miliardario in attesa di vedere chi avrebbe vinto le elezioni americane, è che oggi il quadro è più definito, eppure non per questo meno pericoloso. Le variabili sono tutte sul tavolo; le soluzioni, per ora, rimangono blindate nella mente di un solo uomo.




