Hormuz, il sistema che arricchisce Trump e l’allarme di Giannini sulla guerra come affare
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Redazione Economia
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Il dibattito televisivo, trasformato ormai in un ring dove si scontrano non solo opinioni ma visioni opposte del mondo, ha restituito nelle scorse ore un’analisi che scava sotto la superficie degli scontri a fuoco. Massimo Giannini, intervenendo sulle conseguenze economiche delle tensioni nello Stretto di Hormuz, ha infatti rotto un certo tabù giornalistico: quello che descrive la guerra come un disastro economico inevitabile e lineare. Secondo il suo ragionamento, le violente oscillazioni dei prezzi del petrolio e dell’energia non sarebbero soltanto l’effetto collaterale meccanico dei conflitti internazionali – come la cronaca tende a raccontare – ma piuttosto il frutto di dinamiche speculative ben precise. Dinamiche che, nelle sue parole, finirebbero per avvantaggiare grandi attori economici e finanziari legati a doppio filo a Donald Trump, il quale, ormai stabilmente alla Casa Bianca da più di un anno, si troverebbe al centro di un sistema capace di trasformare l’instabilità in una macchina per arricchire sé e i suoi fedelissimi.
Formigli e l’effetto valanga: “Siamo in mano ai barbari americani”
Se Giannini punta il dito contro i meccanismi opachi della finanza globale, è Corrado Formigli a fornire la lente geopolitica per interpretare la catastrofe imminente. Nel corso di “In altre parole”, il conduttore ha rovesciato la narrazione dominante che dipinge Teheran come unico artefice del caos. Per Formigli, la guerra in corso non porterà alcun vantaggio a nessuno, ma ha già prodotto un effetto destabilizzante che definisce “a valanga”. Il suo affondo più duro, carico di una retorica che non teme la provocazione, riguarda il ruolo degli Stati Uniti: accusati di aver involontariamente svelato all’Iran la potenza della sua vera arma di deterrenza. “Hanno scoperto – ha spiegato – quali sono gli oscuri meccanismi dell’economia del petrolio”. Il riferimento è alla capacità iraniana di chiudere il rubinetto di Hormuz, uno dei punti nevralgici per il traffico mondiale delle navi cisterna. Se prima del conflitto molti analisti sottovalutavano questa leva, oggi, complice la pressione militare americana, Teheran ha capito di poter tenere in scacco l’Occidente senza sparare un colpo. La conclusione di Formigli è spiazzante: “Noi siamo nelle mani dei barbari, ma i barbari non sono gli iraniani, sono gli americani”. Un’inversione dei ruoli retorici che sposta l’asse della responsabilità morale e strategica oltreoceano.
L’effetto collaterale nascosto: lo shock agroalimentare che nessuno racconta
Mentre i talk show si concentrano sul caro bollette e sul rischio di un’estate senza aria condizionata, esiste una paura più atavica che inizia a serpeggiare silenziosa. Un’estate senza refrigerio o un inverno senza riscaldamento rappresentano certo un disagio per un Occidente sazio e abituato alle comodità, ma queste preoccupazioni impallidiscono di fronte a un’altra eventualità. Se i blocchi a Hormuz dovessero proseguire o intensificarsi, il problema non sarà solo cosa mettere nei serbatoi delle auto, ma cosa mettere nei piatti. La crisi energetica si riverbera immediatamente sulla filiera agroalimentare: dalla produzione di fertilizzanti, energivora per definizione, al trasporto delle granaglie via mare, senza dimenticare i sistemi di irrigazione meccanizzati. In altre parole, sui fuochi delle cucine – accesi o spenti che siano – rischia di esserci poco da mettere, e quel poco diverrebbe ben presto un lusso inaccessibile per molti. Il blocco, o anche solo la sua apertura a singhiozzo, non è quindi solo una questione di barili di greggio, ma una leva che tocca la sussistenza quotidiana su scala globale.
L’allarme dall’Asia: riserve al collasso e il conto alla rovescia per l’India
Lontano dai salotti televisivi, la realtà dei fatti è impietosa e si misura in volumi. Lo Stretto di Hormuz, che in tempo di pace convoglia circa un quinto del petrolio mondiale, si è trasformato in una tagliola. La drastica riduzione dei volumi in uscita dal Medio Oriente ha messo in ginocchio intere regioni, e in particolare il continente asiatico. Mentre Cina e Giappone possono ancora contare su riserve strategiche accumulate per mesi (il Giappone, abituato a gestire l’emergenza, dispone di scorte per oltre 200 giorni), la situazione nel Sud-est asiatico è precipitata nelle ultime settimane. Nazioni come il Vietnam e le Filippine stanno esaurendo le proprie scorte a vista d’occhio, costringendo i governi a razionare l’energia e a limitare gli usi non essenziali. A preoccupare maggiormente gli analisti, però, è il ritardo dell’India. Nonostante sia una delle economie emergenti più dinamiche, Nuova Delhi si trova in netto ritardo rispetto agli altri colossi asiatici nella costituzione di un cuscinetto strategico. Con una popolazione enorme e una crescita industriale che non accenna a fermarsi, l’India rischia di essere il primo tassello a crollare sotto il peso dell’embargo di fatto, dimostrando come la vulnerabilità energetica sia oggi il vero campo di battaglia del nuovo ordine mondiale.




