La crisi di Hormuz e lo choc dei fertilizzanti: l’Europa prova a cambiare rotta

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’idea che la guerra in Iran rappresenti esclusivamente una questione di flussi petroliferi, come si è ripetuto ossessivamente nei primi quaranta giorni di conflitto, è stata spazzata via dalla realtà dei fatti: il blocco dello stretto di Hormuz – parzialmente revocato da una tregua che molti analisti definiscono ancora “fragile” – ha interrotto anche il transito di un bene altrettanto strategico, ovvero i fertilizzanti. E se da un lato Bruxelles cerca di correre ai ripari con misure di emergenza per sostenere il settore agricolo e dei trasporti, dall’altro emerge una verità scomoda: la dipendenza dell’Occidente da quella stretta via d’acqua è molto più profonda di quanto si volesse ammettere. Il dato, reso pubblico dalla bozza di un documento della Commissione europea, è che circa un terzo del commercio globale di questi prodotti passa proprio da lì, e il conseguente rincaro non ha tardato a manifestarsi: solo a marzo, il prezzo dei fertilizzanti azotati nell’Unione è schizzato del 58% rispetto alle medie del 2024. Una mazzata che arriva proprio mentre l’agricoltura comunitaria stava cercando di assorbire i contraccolpi del distacco dalle forniture russe, creando una tempesta perfetta per i bilanci delle aziende agricole.

L’illusione della diversificazione e la risposta a strappo di Bruxelles

Di fronte a questa morsa, che stringe sia il costo del carburante per i trattori sia quello dei concimi, la reazione della Commissione è stata quella di autorizzare aiuti di Stato temporanei – sotto forma di sovvenzioni, agevolazioni fiscali e prestiti – fino a coprire il 50% dei costi aggiuntivi per gli operatori della pesca, dell’agricoltura e dell’autotrasporto. Una misura, quest’ultima, che sarà in vigore fino a fine anno e che mira a tamponare un’emergenza senza precedenti. Tuttavia, mentre i funzionari Ue discutono di “flessibilità” e di un nuovo piano d’azione per i fertilizzanti (Fertiliser Action Plan) volto a evitare “dipendenze strategiche dannose”, sul campo la realtà è molto più dura: i rincari non sono solo un fenomeno contingente, ma rischiano di alterare per sempre le rotte commerciali. Lo dimostra il ri-orientamento degli esportatori asiatici: Paesi come l’Indonesia, che dispone di un surplus di 1,5 milioni di tonnellate di urea, stanno già dirottando le proprie esportazioni verso India, Brasile e Australia, approfittando dei prezzi globali schizzati a quasi 900 dollari a tonnellata. Un’occasione per Giacarta, ma un campanello d’allarme per Roma e Parigi, dove i terreni rischiano di restare senza nutrimento.

Quando l’orologio delle semine non aspetta la diplomazia

Il vero nodo, spesso sottovalutato nei comunicati stampa della diplomazia, è di natura temporale: l’agricoltura segue un calendario biologico inflessibile. Come hanno sottolineato gli esperti della Fao, se i vettori – come la nave Rich Star che ha recentemente invertito la rotta vedendo la Marina americana – non riprendono il mare immediatamente, i produttori saranno costretti a lavorare con meno input o a saltare del tutto le concimazioni di copertura. Questo non solo ridurrebbe le rese del prossimo raccolto, ma innescherebbe un’ulteriore spirale inflazionistica sui generi alimentari. L’ironia, se così si può chiamare, è che mentre i mercati finanziari avevano già scontato una rapida normalizzazione dei prezzi – illusi dalla riapertura dello stretto – il mondo reale dei cargo e dei depositi di urea raccontava un’altra storia. L’analista Marco Casario ha descritto questa frattura come “due scene, stesso giorno, stesso pianeta. Due realtà che non si parlano”. E in effetti, l’accordo tra Stati Uniti e Iran, per quanto cruciale, non ha disinnescato il rischio: le assicurazioni sui natanti restano alle stelle e le infrastrutture energetiche della regione hanno subito danni che richiederanno anni per essere riparate.

L’occasione (perduta?) per una svolta verde

Eppure, paradossalmente, questa morsa potrebbe rappresentare un assist per una svolta epocale. Con i prezzi dei concimi tradizionali alle stelle e la logistica sconvolta, diventa economicamente più sostenibile – o almeno meno folle – investire nella produzione locale di fertilizzanti alternativi o nel riciclo degli effluenti. L’idea, che aleggiava nei think tank ambientalisti da anni, ora si scontra con la necessità pratica di non far fermare i trattori. La Commissione, dal canto suo, è consapevole che la “normalità” dei flussi di Hormuz non tornerà prima di due anni, se mai tornerà. Per questo, nei palazzi di Bruxelles si studia come spingere gli Stati membri a utilizzare i fondi di emergenza non solo per pagare le bollette salate del gasolio, ma anche per accelerare la transizione verso produzioni agricole meno energivore. Una scommessa colossale, considerando che l’Europa, come ammettono gli stessi documenti interni, rimane un continente “energy-poor”. Dipendente dal gas liquefatto americano e incapace, al momento, di produrre idrogeno verde in quantità sufficiente per sopperire al buco lasciato dai carburanti russi e ora da quelli del Golfo. La risposta degli Stati membri, nei prossimi mesi, sarà decisiva: se si limiteranno a chiedere mancette per comprare urea sui mercati esteri, la vulnerabilità rimarrà intatta. Se invece approfitteranno della crisi per cambiare modello, forse lo choc di Hormuz non sarà stato del tutto vano.

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