Il congedo paritario naufraga in aula, lo scontro è sulle coperture
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Redazione Interno
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Finisce nel vuoto, almeno per il momento, la proposta di legge di iniziativa delle opposizioni – un fronte unito che già di per sé rappresentava un fatto piuttosto raro in questa legislatura – che mirava a introdurre nel nostro ordinamento il cosiddetto congedo parentale paritario e obbligatorio. L’esame in aula alla Camera si è arenato di fronte al parere della Ragioneria generale dello Stato, un parere che ha di fatto certificato l’insostenibilità dei costi previsti dal provvedimento, costi che sono apparsi alla commissione Bilancio come non adeguatamente coperti. Il testo, che portava la prima firma della segretaria del Partito democratico Elly Schlein e che era stato sottoscritto da tutti i gruppi di centrosinistra, immaginava una rivoluzione copernicana nel mondo dei congedi: cinque mesi di astensione obbligatoria dal lavoro per ciascun genitore, non trasferibili, e retribuiti al cento per cento. Una misura, questa, che avrebbe equiparato di fatto il ruolo del padre a quello della madre nei primi mesi di vita del bambino, superando gli attuali dieci giorni previsti per i neo-papà e portando l’Italia verso standard europei da tempo dibattuti.
Il nodo, come spesso accade in queste circostanze, è stato quello delle risorse. La relazione tecnica predisposta dal ministero del Lavoro e poi vagliata dalla Ragioneria ha quantificato l’onere complessivo in diversi miliardi di euro, una cifra destinata a crescere negli anni a venire: si parlava, per la precisione, di circa 3,7 miliardi solo per il primo anno, il 2026, per poi assestarsi su valori superiori ai 4,5 miliardi a regime dal 2035 -7-9. Un esborso non indifferente, che secondo i tecnici non trovava un’adeguata compensazione nelle misure finanziarie indicate all’articolo 4 del provvedimento, le quali facevano riferimento alla rimodulazione o alla eliminazione di alcuni sussidi ambientalmente dannosi, i cosiddetti Sad, una voce di entrata considerata tuttavia troppo vaga e indeterminata per far fronte a impegni di spesa così precisi e strutturali -7-9. A ciò si aggiungeva, come ulteriore elemento di criticità sollevato dalla Ragioneria, la mancanza di dati certi sulla platea dei beneficiari, in particolare per quanto concerne il personale del settore pubblico, con un focus specifico sul comparto scuola, un’incertezza che rendeva la stima dei costi ancora più complessa e potenzialmente suscettibile di incrementi futuri -7.
Il centrodestra difende il lavoro fatto, le minoranze attaccano
Dalla maggioranza, e in particolare da Fratelli d’Italia, è arrivata una difesa serrata dell’operato del governo, una difesa basata proprio sui numeri e sulla necessità di mantenere i conti pubblici in equilibrio. Il deputato Walter Rizzetto, intervenendo in aula, ha parlato senza mezzi termini di “demagogia” da parte delle opposizioni, le quali, a suo dire, avrebbero presentato una proposta irrealizzabile dal punto di vista finanziario. Rizzetto ha poi voluto ripercorrere le tappe dei provvedimenti già adottati dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, sottolineando come in tre diverse leggi di Bilancio si sia provveduto a rafforzare in maniera concreta l’istituto del congedo parentale: l’indennità, ha ricordato, è stata portata dall’80 per cento per un mese nel 2023, fino ad arrivare ai tre mesi retribuiti all’80 per cento previsti per il 2025, oltre a ulteriori periodi al 30 per cento -7. Un percorso graduale, quello descritto dall’esponente di FdI, che dimostrerebbe l’attenzione della maggioranza al tema, ma sempre all’interno di un quadro di “serietà” e di “numeri solidi”.
Di segno diametralmente opposto, naturalmente, le reazioni dei banchi delle minoranze. La capogruppo del Pd in commissione Bilancio, Maria Cecilia Guerra, ha parlato di un vero e proprio “imbroglio perfetto” messo in atto dalla maggioranza per affossare il provvedimento senza doverne assumere apertamente la responsabilità politica. Un iter procedurale contorto, a suo dire, durante il quale la richiesta di una relazione tecnica ha di fatto bloccato l’esame in commissione Lavoro, per poi far emergere i rilievi solo in un secondo momento in commissione Bilancio, impedendo di fatto qualsiasi possibilità di riformulare le coperture o di emendare il testo -8-10. Un’accusa, questa, che è riecheggiata anche nelle parole di Chiara Braga, capogruppo dem, la quale ha parlato di un “no ideologico e arrogante”, reso ancora più grave, secondo la sua prospettiva, dal fatto di provenire da un esecutivo guidato per la prima volta da una donna -4.
Lo scontro politico e le cifre in ballo
Lo scontro in aula è stato, come prevedibile, piuttosto acceso. La segretaria del Pd Elly Schlein si è rivolta direttamente alla presidente del Consiglio Meloni, chiedendole come potesse essere contraria a una legge che migliorerebbe le condizioni di vita delle donne italiane e accusando la maggioranza di aver trovato fondi per altri progetti, come il ponte sullo Stretto o le strutture in Albania, ma non per le famiglie -7. Un paragone, questo, che ha scaldato gli animi e che è stato respinto con forza dalla relatrice in commissione Lavoro per FdI, Marta Schifone, la quale ha ribadito che la scelta di bocciare il provvedimento non è politica ma di responsabilità, perché presentare proposte senza una copertura adeguata significherebbe fare “propaganda sulla pelle delle famiglie” -7.
Resta il fatto, oggettivo e certificato dalla Ragioneria, che il costo della misura era tutt’altro che lieve. Oltre ai circa 520 milioni annui per l’aumento dell’indennità di maternità, era il secondo articolo, quello relativo al congedo paritario per i padri, a incidere maggiormente, con una spesa stimata in quasi 3,2 miliardi solo per il primo anno -9. Una cifra, questa, che sommata all’altra raggiungeva i 3,7 miliardi iniziali, per poi salire progressivamente. Numeri che, a prescindere dalle valutazioni politiche, hanno rappresentato un ostacolo oggettivo, trasformando una battaglia di principio in una questione di quadratura contabile. Le opposizioni, da parte loro, hanno già annunciato che continueranno a battersi sul tema, ma per ora il provvedimento giace archiviato, ennesimo capitolo di una dialettica parlamentare che sulla materia dei diritti e della famiglia sembra trovare sempre nuovi motivi di frattura.




