Il congedo parentale paritario affossato alla Camera, la maggioranza dice no ai cinque mesi per i padri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La proposta di legge che avrebbe rivoluzionato il sistema dei congedi per i neogenitori, equiparando di fatto il tempo che madri e padri possono dedicare alla cura dei figli nei primi mesi di vita, si è arenata definitivamente alla Camera. Con 137 voti favorevoli e 117 contrari, due gli astenuti, l’aula ha di fatto respinto l’intero impianto normativo voluto dalle opposizioni, un testo che portava la prima firma della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ed era stato sottoscritto da tutti i gruppi di centrosinistra -2. Un emendamento soppressivo, voluto dalla maggioranza che sostiene l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, ha cancellato in un colpo solo gli articoli che avrebbero introdotto un congedo obbligatorio di cinque mesi anche per i padri, della durata di quattro mesi non trasferibili e retribuiti al cento per cento, più un mese aggiuntivo facoltativo. Un intervento legislativo che, spiegano i promotori, avrebbe finalmente allineato l’Italia agli standard europei più avanzati in materia di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, superando un sistema che, di fatto, continua a caricare sulle spalle delle donne l’intero peso della cura familiare -3.

Il nodo, ancora una volta, è stato quello delle risorse. La relazione tecnica richiesta alla Ragioneria generale dello Stato, e arrivata nei giorni scorsi, ha stimato un onere finanziario considerevole, nell’ordine di diversi miliardi di euro a regime, una cifra che secondo i partiti di centrodestra non sarebbe sostenibile per le casse pubbliche, specialmente in un contesto di finanza pubblica che richiede prudenza e rispetto dei vincoli europei -5. La maggioranza, forte dei suoi numeri in Commissione Bilancio prima e in Aula poi, ha dunque fatto muro, respingendo al mittente le accuse delle opposizioni, che parlano invece di una mancanza di volontà politica più che di reali difficoltà di copertura. Il ragionamento che arriva dal Pd e dal Movimento 5 Stelle è lineare: se si sono trovati fondi per altre operazioni, come il ponte sullo Stretto o le strutture in Albania, significa che le priorità del governo sono altrove, e che la parità di genere e il sostegno alla genitorialità restano argomenti di facciata -10.

A infiammare ulteriormente il dibattito, portandolo fuori dalle aule parlamentari e nel vivo dell’opinione pubblica, ci ha pensato Federica Pellegrini. La campionessa olimpica, che sta per diventare madre per la seconda volta, ha affidato ai suoi canali social uno sfogo personale che ha fatto rapidamente il giro del web. Parole dure, le sue, dettate da un’esperienza diretta e da una riflessione che tocca il cuore di un problema antico ma mai risolto. Se una donna, ragiona Pellegrini, deve già impegnarsi il doppio per emergere professionalmente, quando diventa madre lo sforzo diventa quadruplo, e questo in assenza di strumenti che obblighino a una condivisione reale dei carichi familiari -1-8. L’ex nuotatrice ha sottolineato con forza come, nell’attuale assetto, la scelta tra carriera e famiglia per molte donne non sia affatto una scelta libera, ma una decisione indotta proprio dall’assenza di politiche di sostegno adeguate. Una provocazione, la sua, che ha riacceso i riflettori su un tema che il voto di Palazzo Montecitorio sembrava aver messo in soffitta.

Il meccanismo della proposta e le ragioni dello stop

La normativa attuale, va ricordato, garantisce alla madre un congedo obbligatorio di cinque mesi, mentre il padre può contare solo su dieci giorni di astensione obbligatoria, una disparità che la proposta Schlein mirava a colmare -6. Accanto a questi, esiste un congedo parentale facoltativo, della durata complessiva di undici mesi, che può essere utilizzato da entrambi i genitori entro il quattordicesimo anno di vita del bambino, ma con una retribuzione che scende progressivamente dall’ottanta al trenta per cento. Un sistema complesso e poco generoso, che nei fatti disincentiva i padri dall’usufruirne: i dati, richiamati anche dalla stessa Schlein in aula, parlano chiaro, con appena il quindici per cento delle giornate di congedo parentale richieste che fanno capo a uomini, a fronte di diciotto milioni di giornate di assenza dal lavoro per le madri -10. La proposta bocciata avrebbe invece reso i cinque mesi per ciascun genitore obbligatori e non trasferibili, una clausola, quest’ultima, fondamentale per evitare che la quota del padre finisse di fatto alla madre, vanificando così l’obiettivo di una maggiore condivisione.

Lo scontro politico e la reazione della società civile

L’opposizione ha attaccato duramente la maggioranza, definendo il voto una pagina triste per il Paese e un’occasione persa per affrontare il problema della denatalità e della bassa occupazione femminile. La stessa Schlein, intervenuta in aula prima del voto, ha parlato di ipocrisia da parte della destra, rea a suo dire di nascondersi dietro scuse tecniche per mascherare una chiara scelta politica: quella di non voler toccare un modello di famiglia tradizionale in cui la cura è ancora prevalentemente femminile -10. Il centrodestra, dal canto suo, ha ribadito la necessità di tenere i conti in ordine, sottolineando come una misura così onerosa avrebbe richiesto una copertura certa che al momento non si intravedeva. Al di là delle barricate politiche, il grido di Pellegrini ha avuto il merito di incarnare la frustrazione di tante donne, costrette a fare i conti ogni giorno con un mercato del lavoro che spesso penalizza la maternità e con un welfare familiare che fatica a decollare -9. Una voce, quella della Divina, che ha squarciato il velo della retorica e riportato il discorso alla concretezza delle esperienze quotidiane.

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