La Camera affossa il congedo paritario, lo scontro politico si arena sui costi e sulle scelte di bilancio
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Redazione Interno
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Con 137 voti contrari espressi dalla maggioranza che sostiene il governo, l’Aula di Montecitorio ha respinto la proposta di legge, firmata in prima battuta da Elly Schlein e sostenuta da tutte le opposizioni, volta a introdurre nel nostro ordinamento un congedo parentale paritario. Il provvedimento, che mirava a riequilibrare i carichi di cura tra i neo-genitori, prevedeva cinque mesi di astensione obbligatoria dal lavoro per il padre — equiparandoli di fatto a quelli già spettanti alla madre — e un’indennità al cento per cento della retribuzione, superando così gli attuali dieci giorni garantiti ai padri e il sistema di congedi parentali facoltativi, questi sì interscambiabili e retribuiti con aliquote decrescenti che oscillano tra l’ottanta e il trenta per cento. La capogruppo del Partito Democratico, Chiara Braga, ha parlato senza mezzi termini di un “no ideologico e arrogante”, sottolineando come la maggioranza abbia scelto di affossare il testo senza concedere spazio a emendamenti o a un confronto costruttivo, reiterando un atteggiamento, a suo dire, già sperimentato su altri fronti come il salario minimo e la settimana corta -3.
Il nodo delle coperture e la relazione della Ragioneria
Il fronte del centrodestra, invece, ha fatto muro attorno ai rilievi sollevati dalla Ragioneria generale dello Stato, il cui parere ha di fatto decretato l’insostenibilità finanziaria dell’iniziativa legislativa. La relazione tecnica, firmata dalla ragioniera generale Daria Perrotta, ha quantificato l’onere complessivo derivante dagli articoli 1 e 2 del testo in circa 3,7 miliardi di euro per il solo 2026, una cifra destinata a crescere progressivamente fino a superare i 4,5 miliardi annui a regime nel prossimo decennio -7. Secondo i tecnici del Ministero dell’Economia, la copertura indicata nella proposta — che faceva principalmente leva sulla rimodulazione dei sussidi ambientalmente dannosi — è stata giudicata “inidonea” e formulata in “termini meramente programmatici”, non potendo così essere verificata positivamente per far fronte a oneri certi e strutturali -5-7. La relatrice del provvedimento in commissione Lavoro, Marta Schifone di Fratelli d’Italia, ha dunque respinto al mittente le accuse di propaganda, rivendicando la necessità di un approccio responsabile verso i conti pubblici e ribadendo l’impegno del governo sulle politiche per la famiglia -7.
La denuncia dei sindacati e il dibattito politico
Di fronte al voto di palazzo Montecitorio, sono arrivate puntuali le critiche anche dal mondo sindacale. I segretari confederali della Uil, Ivana Veronese e Santo Biondo, hanno puntato il dito contro quella che hanno definito una mancanza di onestà intellettuale da parte della maggioranza: nascondersi dietro la sostenibilità finanziaria, a loro avviso, serve a mascherare una scelta politica ben precisa, considerando che una delle principali cause dell’esclusione delle donne dal mercato del lavoro risiede proprio nella sproporzione del carico di cura familiare. Sul versante opposto, Elly Schlein, intervenuta in Aula durante le votazioni, ha rinfacciato alla premier Giorgia Meloni un’ipocrisia di fondo, domandandosi a cosa serva avere una presidente del Consiglio donna se poi non ci si batte concretamente per migliorare le condizioni di vita delle altre donne, accusando l’esecutivo di trovare sempre le risorse per altre priorità, come il ponte sullo Stretto o le strutture in Albania, ma mai per interventi di questa natura -5-7.
La rabbia di Federica Pellegrini e il riflesso sociale
Al di là delle dichiarazioni istituzionali, a dare voce al malcontento diffuso è stata la campionessa di nuoto Federica Pellegrini, attualmente in dolce attesa della sua seconda bambina. Sui suoi profili social, la Pellegrini ha espresso senza filtri tutta la sua delusione, pubblicando una story in cui definiva paradossale la volontà di incentivare la natalità in Italia lasciando di fatto le madri sole a gestire il peso della famiglia -1-2. "Lavorare e fare carriera o avere una famiglia", ha scritto l'ex nuotatrice, "se per emergere come donne dobbiamo lavorare il doppio, diventando madri lo dobbiamo fare il quadruplo". Il suo sfogo, ripreso da diverse testate, ha toccato il nervo scoperto di una questione che costringe molte donne a scegliere, una scelta che la Pellegrini ha definito "indotta" dalla mancanza di aiuti concreti, e che quindi tale non può essere considerata -4. Il suo intervento ha riacceso i riflettori su una legge che, almeno per ora, è destinata a rimanere lettera morta, travolta dalle cifre della Ragioneria e dalla tenuta di una maggioranza compatta nel respingere la riforma.




