«Il ghiaccio ci regala l’undicesima medaglia, ma la neve di Bormio tradisce le attese: l’Italia continua a inseguire il record di Lillehammer»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’ottava giornata dei Giochi invernali di Milano Cortina 2026, quella che si è consumata mercoledì 11 febbraio, ha offerto al pubblico italiano il consueto spettacolo di luci, velocità e tensione, ma non ha aggiunto nuovi carati al medagliere azzurro. Il bottino, infatti, resta fermo a undici metalli preziosi – due ori, due argenti e sette bronzi – un risultato che, se da un lato ha già eguagliato il totale complessivo delle medaglie vinte a Torino 2006 (furono undici, allora, con cinque ori e sei bronzi), dall’altro tiene ancora aperta la caccia al record storico di Lillehammer 1994. Allora, ventidue anni fa, l’Italia tornò a casa con venti podi; un traguardo che, alla luce della prima settimana di gara, appare ambizioso ma non irraggiungibile.

La giornata era cominciata con lo sguardo rivolto alla pista Stelvio di Bormio, dove il Supergigante maschile sembrava poter regalare un’altra gioia a una spedizione che, fin qui, ha vissuto di estasi sul ghiaccio e di qualche rimpianto sulla neve. Attorno a Giovanni Franzoni e Dominik Paris, reduci rispettivamente da un argento e un bronzo nella discesa libera, si era creata quella miscela di speranza e pressione che solo i Giochi di casa sanno generare. La specialità, va ricordato, è una sorta di terra vergine per l’Italia: da quando il Superg entrò nel programma olimpico a Calgary nel 1988, nessun uomo in azzurro è mai riuscito a salire sul podio. E la maledizione, nonostante i pronostici e il calore del pubblico, si è puntualmente ripetuta. Franzoni, sesto con un distacco di sessantatré centesimi dal vincitore, ha sciato con rabbia e intelligenza, ammettendo in zona mista di aver sentito il nervosismo – «ero veramente nervoso», ha confessato – ma anche di aver approcciato la gara nel modo giusto. Il suo tempo, 1’25”95, non gli ha permesso di agguantare il bronzo di Marco Odermatt per appena trentacinque centesimi, e la differenza, ha spiegato lui stesso, si è consumata in un solo intermedio, quello in cui la neve divenuta più molle e un tracciato molto dritto hanno tradito la sua ricerca di scorrevolezza. Per Dominik Paris, invece, l’amaro è ancora più denso: uno sci che si sgancia dopo poche porte, nemmeno il tempo di un rilevamento cronometrico, e il sogno di una seconda medaglia in questi Giochi si frantuma contro il muro della sfortuna. Christof Innerhofer, undicesimo, e Mattia Casse, ventiduesimo, completano una giornata che lascia l’amaro in bocca, ma che – e lo ha ricordato lo stesso Franzoni – non offusca la consapevolezza dei progressi compiuti.

Se la neve ha tradito, il ghiaccio, invece, continua a restituire. È stato proprio sul rettangolo gelato del Forum di Assago che l’Italia, martedì, ha vissuto il suo pomeriggio più intenso: l’oro della staffetta mista di short track e il bronzo nel doppio misto di curling hanno portato a undici il conto delle medaglie, e hanno consegnato agli archivi una statistica che vale più di molti podi. Arianna Fontana, con quel quarto d’oro nella staffetta mista insieme a Elisa Confortola, Thomas Nadalini e Pietro Sighel – cui si aggiungono Chiara Betti e Luca Spechenhauser nelle batterie – ha raggiunto quota dodici medaglie olimpiche in sei edizioni consecutive, eguagliando il record di Armin Zöggeler. Da Torino 2006, quando era poco più che un’adolescente, a Milano Cortina 2026, con la fascia di capitana al braccio e il pubblico che scandisce il suo nome: vent’anni di carriera sempre sul podio, un filo che lega due generazioni di italiani e che avvicina Fontana, adesso, al primato assoluto di Edoardo Mangiarotti, fermo a tredici metalli. Poco dopo, a Cortina, Amos Mosaner e Stefania Constantini hanno messo al collo il bronzo nel doppio misto di curling, battendo 5-3 la Gran Bretagna. Una medaglia dal sapore particolare, perché arrivata dopo la delusione della semifinale persa contro gli Stati Uniti e dopo un percorso ad ostacoli nel round robin. «La cosa più difficile era cancellare quella partita – ha spiegato Mosaner – e ritornare più forti per portare a casa un bronzo». Constantini ha dedicato il podio ad Angela Romei, l’amica e compagna di squadra esclusa dalla nazionale femminile alla vigilia dei Giochi, mentre Mosaner, visibilmente commosso, ha riservato un pensiero alla madre della sua fidanzata, scomparsa l’anno scorso.

Biathlon e slittino, le occasioni sfiorate e quelle ancora da giocare

Sulla pista di Anterselva, l’individuale femminile di biathlon non ha regalato le soddisfazioni che il pubblico sperava. Dorothea Wierer e Lisa Vittozzi, punte di diamante di una nazionale abituata a lottare per il podio, non sono riuscite a inserirsi nella lotta per le medaglie, in una giornata che ha visto prevalere la precisione al tiro di altre scuole. Diverso il discorso per lo slittino, dove le coppie azzurre del doppio – sia maschile che femminile – si sono presentate ai blocchi di partenza con ambizioni concrete. Andrea Voetter e Marion Oberhofer, così come Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner, hanno affrontato le due manche con la determinazione di chi sa di potersi giocare un metallo prezioso, anche se il verdetto finale ha premiato altri. La serata, infine, si è chiusa sul ghiaccio dell’hockey, con la nazionale maschile impegnata contro la Svezia: una sfida durissima, contro una delle corazzate del torneo, che ha offerto comunque un palcoscenico importante per misurare il livello di crescita del movimento.

Undici medaglie in sette giorni. L’Italia, a metà esatta del suo cammino olimpico, si trova davanti a uno spartiacque: il record di venti podi di Lillehammer è lontano, ma non è mai stato così vicino negli ultimi trent’anni. E se il ghiaccio continua a sorridere – con Francesca Lollobrigida, l’altra metà dell’oro, già nell’albo d’oro – la neve aspetta ancora il suo eroe. Franzoni ci riproverà sabato nel gigante, «con sfrontatezza», come ha promesso. Perché questi Giochi, si sa, non finiscono qui.

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