Il sindaco di Napoli vieta i frutti di mare crudi, l’epatite A torna a far paura: casi in aumento, Pregliasco avverte sulle “falle evitabili”

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’epatite A torna a circolare con un’intensità che, in Campania, ha fatto scattare le misure d’emergenza. A Napoli, il sindaco Gaetano Manfredi ha firmato un’ordinanza contingibile e urgente che impone il divieto di somministrazione di frutti di mare crudi nei pubblici esercizi, una decisione presa sulla scorta dei dati forniti dall’Asl Napoli 1 Centro. I numeri, in effetti, hanno un peso specifico inequivocabile: la circolazione del virus risulta dieci volte superiore alla media registrata nell’ultimo decennio e, se confrontata con il triennio precedente, il balzo è addirittura di quarantuno volte. Un’accelerazione che ha costretto le autorità sanitarie a intervenire con tempestività, visto che il sospetto di un legame diretto tra il contagio e il consumo di molluschi crudi – cozze, vongole, ricci di mare – è ormai al centro delle indagini epidemiologiche.

Nel dettaglio, il quadro clinico tracciato dagli ospedali campani è quello di un focolaio che non accenna a esaurirsi. Negli ultimi due mesi sono stati accertati 113 casi, ma il dato più preoccupante riguarda l’ultimo periodo: solo nell’ultima settimana si è registrato un incremento sensibile delle diagnosi, con cinquanta pazienti ricoverati e una situazione di particolare gravità che ha riguardato un uomo di quarantasei anni, attualmente in condizioni critiche al Cardarelli. Nella sola giornata di ieri, quattordici nuovi positivi sono stati segnalati, nove dei quali con indicazioni al ricovero in degenza ordinaria. L’azienda ospedaliera dei Colli ha cercato di frenare l’allarme, precisando che non si tratterebbe di un’emergenza strutturale, ma i numeri – e la rapidità della loro progressione – raccontano una realtà che ha indotto il Comune a firmare l’ordinanza senza attendere oltre.

Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva all’Università Statale di Milano, interviene sul fenomeno con la schiettezza di chi vede in questa recrudescenza il segnale di un problema di sistema. Per il virologo, l’epatite A non rappresenta, nella maggior parte dei casi, una malattia grave sul piano clinico individuale, ma il suo ritorno in queste proporzioni evidenzia quelle che lui stesso definisce “falle evitabili”. Una sintesi che mette insieme due ordini di criticità: da un lato, controlli insufficienti lungo la filiera alimentare, dall’altro, comportamenti a rischio che persistono nonostante la consapevolezza dei pericoli legati al consumo di prodotti ittici crudi. I molluschi, insiste Pregliasco, restano i principali indiziati, e la loro capacità di concentrare il virus li rende un veicolo di infezione estremamente efficace quando le condizioni igieniche della filiera o la provenienza non sono rigorosamente tracciate.

La filiera ittica sotto osservazione: il ruolo dei molluschi nell’epidemiologia del contagio

Il nesso tra epatite A e frutti di mare è un capitolo consolidato della medicina preventiva, ma la sua attualizzazione nel contesto napoletano impone una riflessione sui meccanismi di sorveglianza. I molluschi bivalvi, per loro natura filtratori, tendono a trattenere nell’organismo qualsiasi agente patogeno presente nell’acqua di mare, diventando così un serbatoio naturale del virus. Quando vengono consumati crudi o poco cotti, la trasmissione all’uomo avviene con una facilità che solo una catena di controlli rigidissima potrebbe scongiurare. L’ordinanza firmata dal sindaco Manfredi ha proprio l’obiettivo di interrompere questa catena sul versante della ristorazione pubblica, consapevole che il rischio non si limita ai locali ma investe anche la vendita informale e il consumo domestico.

Numeri e ricoveri: il peso dei dati nella strategia di prevenzione

A rendere l’intervento così urgente è stata la velocità con cui i numeri sono cresciuti. La soglia di dieci volte superiore alla media decennale rappresenta, in termini di sanità pubblica, un campanello d’allarme che impone di passare dalle raccomandazioni alle misure coercitive. I cinquanta ricoveri attuali, con un caso grave in terapia intensiva, restituiscono l’immagine di un focolaio che ha già impegnato in modo significativo le strutture ospedaliere cittadine. L’azienda ospedaliera dei Colli, pur cercando di evitare toni allarmistici, non ha potuto nascondere l’incremento delle diagnosi registrato nelle ultime settimane, confermando che la curva epidemiologica è in fase di ripida ascesa. Le autorità sanitarie locali, in coordinamento con l’Asl, hanno quindi spinto per un provvedimento immediato, nella convinzione che solo un divieto chiaro e generalizzato possa ridurre l’esposizione della popolazione.

Le parole di Pregliasco: controlli e comportamenti, i due fronti della criticità

L’analisi di Fabrizio Pregliasco aggiunge un ulteriore livello di profondità alla vicenda, perché sposta l’attenzione dai singoli episodi alle politiche di prevenzione. Definire le “falle evitabili” significa ammettere che l’attuale focolaio potrebbe essere letto come il risultato di una sorveglianza che, in alcuni snodi, ha mostrato crepe. Il richiamo ai controlli insufficienti non è generico: riguarda la capacità di monitorare le acque di allevamento e di pesca, la tracciabilità dei prodotti ittici destinati al consumo crudo, e la vigilanza sulle pratiche di conservazione e somministrazione. Dall’altro lato, Pregliasco sottolinea la persistenza di comportamenti a rischio, un aspetto che coinvolge tanto gli operatori del settore quanto i consumatori. Consumare frutti di mare crudi, in aree ad alta tradizione culinaria come Napoli, rappresenta una consuetudine radicata, difficile da scalfire anche quando il rischio epidemiologico diventa concreto.

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