Coldiretti blocca il Brennero: la resa dei conti sul falso made in Italy

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Diecimila trattori, quasi un’armata silenziosa, hanno trasformato il valico del Brennero in una barricata improvvisata ma organizzata con cura, quella stessa cura che gli agricoltori italiani rivendicano come cifra distintiva del loro lavoro. Era il 27 aprile quando Coldiretti ha mobilitato i suoi uomini e donne da ogni regione, con una presenza particolarmente nutrita dalla provincia di Brescia – storica roccaforte della produzione cerealicola e lattiero-casearia – per alzare un muro, simbolico ma fisico, contro i semilavorati alimentari che entrano dall’estero e che, dopo poche manipolazioni, finiscono per vestire l’etichetta del tricolore.

L’oggetto del contendere, va detto senza giri di parole, è una norma tecnica del codice doganale europeo che molti definiscono un imbroglio legalizzato: il principio dell’«ultima trasformazione sostanziale». Secondo questa regola, una materia prima importata da paesi extra-Ue – si pensi al concentrato di pomodoro cinese o alla pasta di formaggio balcanica – può acquisire la qualifica di prodotto italiano se subisce l’ultimo passaggio produttivo sul territorio nazionale. Un’operazione, spesso banale, come il confezionamento o la miscelazione, e il gioco è fatto: il consumatore si trova davanti a una confezione che espone bandiere, colline e immagini di campagne che quelle materie prime non hanno mai visto.

Gli agricoltori campani, arrivati al Brennero con una delegazione consistente, non hanno nascosto la loro rabbia, ed è comprensibile: la Campania rappresenta un’eccellenza mondiale per il pomodoro e i latticini, e vedere quei prodotti rivaleggiare sul mercato con semilavorati stranieri spacciati per autoctoni significa subire una concorrenza sleale che nessuna politica agricola comune sembra voler arginare. «Cosa finisce nei nostri piatti?» si sono chiesti ad alta voce i manifestanti toscani – circa cinquecento, stando alle stime di Coldiretti – sottolineando come l’inganno non sia solo economico, ma anche sanitario e culturale.

La mobilitazione ha attirato l’attenzione persino di alcune testate nazionali, come il TG4, che ha mostrato immagini dei tir fermati e ispezionati proprio al valico, con gli agricoltori che indicavano partite di merce sospetta. Nessuna violenza, nessuno scontro: solo un presidio massiccio, ordinato e determinato, dove i trattori parcheggiati a fianco delle auto civili hanno restituito l’idea di una protesta trasversale, senza bandiere politiche né striscioni urlati. L’obiettivo, chiaro e ripetuto come un mantra, è una revisione del codice doganale europeo: non l’abolizione degli scambi, ma il ripristino di una tracciabilità che restituisca al consumatore la verità sull’origine reale di ciò che compra. E mentre i riflettori restano accesi sul Brennero, resta sul tavolo una domanda che nessuna norma, per ora, ha saputo sciogliere: fino a quando un prodotto potrà dirsi italiano senza esserlo mai stato, nemmeno per un giorno?

I numeri della protesta e la geografia del malcontento

Diecimila persone, secondo il conteggio di Coldiretti, hanno risposto alla chiamata. Un numero non certo simbolico, se si considera che il settore primario italiano ha ormai imparato a mobilitarsi con una capacità logistica che ricorda le grandi battaglie contadine del passato. La provincia di Brescia ha fornito il contingente più numeroso – e non è un caso, visto che l’agricoltura bresciana vale milioni di euro all’anno e si trova esposta alla concorrenza di semilavorati provenienti dall’Est Europa. A fianco dei lombardi, i toscani hanno portato la loro esperienza nel comparto oleario e vitivinicolo, mentre la Campania ha messo in campo una delegazione agguerrita, determinata a difendere il pomodoro San Marzano e la mozzarella di bufala da quella che considerano una truffa legalizzata. Ogni regione ha portato la sua storia, i suoi prodotti, le sue cicatrici.

Il meccanismo dell’«ultima trasformazione sostanziale» spiegato in poche righe

La norma contestata non è un segreto di stato, ma molti consumatori la ignorano. Un esempio pratico: un carico di pasta di formaggio arriva dalla Serbia, terra di ottima produzione lattiero-casearia ma con costi di manodopera e affitto molto inferiori a quelli italiani. In Italia, quell’impasto viene fuso, aggiunto di aromi, confezionato in una vaschetta con il disegno di una mucca alpina. Secondo il codice doganale europeo, l’ultima trasformazione sostanziale – quella che dà al prodotto la sua forma definitiva – è avvenuta in Italia. Dunque il formaggio può essere legalmente etichettato come «prodotto in Italia» o addirittura «italiano». Senza che nessuna legge venga violata. È questo paradosso che i diecimila al Brennero hanno contestato, chiedendo al legislatore europeo di tornare a definire l’origine reale di una merce dai suoi passaggi fondamentali, non dall’ultimo, magari banale, stadio di lavorazione.

Il ruolo del Brennero come simbolo e come teatro dell’ispezione

Il valico del Brennero non è stato scelto a caso. È la porta nord dell’Italia, uno dei corridoi commerciali più trafficati d’Europa, dove ogni giorno transitano migliaia di tir carichi di merci destinate alla grande distribuzione. Presidiarlo significava intercettare il problema alla radice, fisicamente, prima che quei semilavorati raggiungano gli stabilimenti dove riceveranno l’ultimo tocco e la nuova identità. I manifestanti, senza mai opporsi ai controlli delle forze dell’ordine, hanno chiesto ispezioni più approfondite e hanno ottenuto, almeno per quel giorno, che alcuni carichi venissero aperti e mostrati. Le immagini dei tir con le sponde abbassate e gli agricoltori che indicavano le etichette ambigue sono rimbalzate sui notiziari, alimentando un dibattito che Coldiretti porta avanti ormai da anni.

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