La trappola della "giustiziera" di Prato: una vittima racconta l'incubo dello stalking

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una donna, la cui identità è protetta da un nome di fantasia, ripercorre oggi, con un coraggio conquistato a fatica, l’anno di terrore che ha segnato la sua vita. Sara, questo il suo pseudonimo, all’epoca dei fatti aveva trent’anni e condivideva la propria esistenza con l’uomo che amava, un coetaneo con cui aveva costruito una relazione. Quella che sembrava una normale storia d’amore si è trasformata, senza alcun preavviso, in un incubo meticolosamente orchestrato da un’altra donna, una lombarda di circa sessant’anni che si era autoeletta a paladina delle donne tradite. La sua missione distorta, come è emerso dalle indagini e dal successivo processo, consisteva nell’adescare uomini ritenuti infedeli per poi rivelare i loro comportamenti alle rispettive partner, una crociata privata che ha calato Sara in un vortice di ansia e paura costante.

Il pedinamento e la psicosi indotta

L’ossessione della “vendicatrice” si è materializzata in un controllo asfissiante, fatto di pedinamenti e appostamenti che hanno privato Sara della sua quotidianità. “Mi seguiva nei bar, in stazione”, racconta la donna, descrivendo come l’aguzzina, celata dietro grandi occhiali neri, le scattasse fotografie con metodica insistenza. La sensazione di essere sempre osservata, di non avere più uno spazio privato, la condusse a vivere in uno stato di allerta perenne; la paranoia divenne una compagna così invadente da costringerla a farsi accompagnare da casa al lavoro ogni singolo giorno, nel disperato tentativo di sottrarsi a quello sguardo persecutorio che sembrava non concedere tregua.

L'inganno digitale e la condanna

Il piano della sessantenne, che si è avvalsa della complicità del proprio figlio trentenne, si è articolato su un doppio binario, reale e digitale. La donna, infatti, ha creato un profilo falso su un noto social network per adescare il compagno di Sara, intrattenendo con lui, sotto falsa identità, conversazioni a sfondo intimo. Dopo aver raccolto del materiale ritenuto compromettente, ha poi scatenato la propria offensiva inviando quei contenuti, in un atto di crudeltà calcolata, non solo all’allora fidanzata ma anche alle loro famiglie, ai colleghi di lavoro e agli amici, in un’esplosione di revenge porn e diffamazione che mirava a umiliare pubblicamente la vittima designata e a distruggere il legame della coppia. Questa complessa macchinazione, che univa la sostituzione di persona allo stalking e alla diffusione illecita di immagini, si è conclusa con una condanna in primo grado del tribunale di Prato, che ha inflitto alla principale accusata una pena di due anni e quattro mesi di reclusione per l’insieme dei reati contestatile.

Il percorso di rinascita

Oggi, a distanza di tempo, Sara ha quarantadue anni e vive a Prato, avendo alle spalle un lungo e doloroso percorso interiore per recuperare la lucidità perduta. La vergogna e l’angoscia di allora, seppur non completamente cancellate, hanno lasciato il posto a una rinnovata consapevolezza. “Ho fatto un lungo percorso per recuperare lucidità. Ora posso dire che ce l’ho fatta”, afferma, indicando nella decisione di sporgere denuncia, un atto di enorme coraggio compiuto dopo un anno di silenzio e sofferenza, il punto di svolta fondamentale per uscire dall’ombra di quel ricatto emotivo e riappropriarsi della propria vita.

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