Franzoni re di Wengen: 'Ho vinto dove mi ero rotto tutto. Adesso cambia il mio presente'
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Redazione Sport
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Le sensazioni provate sulla pista di Wengen, ha dichiarato Giovanni Franzoni, erano semplicemente indescrivibili. Un paradosso emotivo, quello vissuto dal ventiquattrenne di Manerba del Garda, che sul medesimo tracciato svizzero tre anni prima aveva patito un grave infortunio, e che ora invece vi celebrava il primo, acclamato successo in Coppa del Mondo. Un evento che lo stesso atleta ha definito come un intervento del fato, capace di riscrivere non solo una classifica ma, soprattutto, la percezione di un luogo e di un momento personali. La vittoria, benché già consegnata agli archivi dello sci alpino, lascia spazio a una riflessione più intima, emersa senza riserve durante un lungo colloquio con i giornalisti. Quelle parole, infatti, hanno rivelato molto più della sola prestazione cronometrica, scavando in una materia più delicata e complessa.
Il peso di un ricordo e la spinta di una rivalità
Franzoni, che sembrava avere le ali durante quella discesa perfetta, porta con sé un tributo permanente e doloroso. Le rondini tatuate sul suo braccio sinistro sono l’omaggio a Matteo Franzoso, l’amico e compagno di nazionale scomparso tragicamente pochi mesi prima. Un legame, quello con Franzoso, che trascende la memoria e si fa motore silenzioso. Accanto a questo, esiste poi una dinamica di squadra altrettanto determinante, come quella con il compagno Innerhofer. Tra i due, ha spiegato Franzoni, esiste uno stimolo reciproco, un continuo farsi da traino che spinge entrambi verso l’alto. Obiettivi che, all’inizio di una stagione, apparivano già di per sé ambiziosi, come la qualificazione alle Olimpiadi in un team nazionale di alto livello, e che ora si sono arricchiti di un nuovo, solido tassello.
Le radici di una mentalità
La carriera di Giovanni Franzoni affonda le radici in un percorso preciso, che dal circuito giovanile nazionale, dove dominava incontrastato, lo ha condotto fino alla squadra maggiore. Un aneddoto, come quello delle ciabatte da piscina indossate per scendere a prendere una camomilla dopo cena a Campo Felice, rivela una precoce e ferrea disciplina. “Devo riposarmi”, diceva allora, “la stagione sta per finire, ho il GPI in tasca ma voglio far bene fino all’ultimo”. Quella determinazione a voler performare sempre, fino alla fine e a qualsiasi costo, delinea il profilo di un atleta la cui classe si intreccia con una costante capacità di mettersi in discussione. Una mentalità forgiata nel tempo, che oggi si traduce nella capacità di trasformare un luogo di dolore in un palcoscenico di trionfo.
Oltre il cronometro
La vittoria di Wengen, pertanto, non si esaurisce nel numero sul tabellone. Essa rappresenta piuttosto uno snodo esistenziale, un punto di cesura tra un “prima” segnato dalla sfida e dal lutto, e un “dopo” tutto da costruire. Ciò che è cambiato dentro Franzoni dopo quel successo è la domanda che resta aperta, la cui risposta non risiede nelle statistiche ma nell’evoluzione interiore dell’uomo. La dedica all’amico perduto, il confronto costante con i compagni, la consapevolezza di un percorso iniziato lontano dai riflettori della Coppa del Mondo: sono questi gli elementi che danno profondità a una gara vinta, trasformandola in una tappa di un viaggio ben più lungo e significativo.




