Putin: «La guerra sta finendo, trattiamo con l’Ue» e spunta l’ipotesi dell’incontro con Zelensky come «punto finale»
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Redazione Esteri
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C’è una stanchezza, nello sguardo di Vladimir Putin durante la parata della Vittoria, che forse racconta più di ogni dichiarzione ufficiale. Il presidente russo, intervenuto in quella che è stata definita una “mesta commemorazione” della sconfitta del nazismo, ha rotto per la prima volta un tabù retorico: «Credo che la guerra sia al termine». Frase che, da sola, segna un cambio di passo rispetto agli anni di proclami bellici e di chiusura verso l’Occidente. E non è l’unico segnale.
Nel dettaglio, Putin ha chiarito ai giornalisti un punto nodale della possibile svolta negoziale. A proposito di un faccia a faccia con Volodymyr Zelensky, il leader del Cremlino ha spiegato che un eventuale incontro personale «dovrebbe rappresentare il punto finale dell’accordo sull’Ucraina, non una parte del processo negoziale». Parole precise, quasi chirurgiche: «Se la parte ucraina, cioè il signor Zelensky, è pronta a tenere un incontro personale… affinché io possa partecipare a questo evento o firmare qualcosa, deve essere il punto finale, non una parte dei negoziati». Con questa mossa, Putin riposiziona la diplomazia russa, spostando l’asse dalla logica del conflitto perpetuo a quella di una chiusura – forse – negoziata.
La mano tesa a Bruxelles e la palla in mano all’Ue
Parallelamente all’apertura verso Kyiv, Mosca prova a scardinare anche il fronte europeo. Il presidente russo ha dichiarato, senza mezzi termini, che la Russia non ha «mai rifiutato» di negoziare con l’Unione europea. Un’affermazione che arriva a pochi giorni dalle parole di Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, il quale aveva evocato la necessità di «parlare» con i russi nell’ambito «della sicurezza dell’architettura della futura pace». Ora la palla, di fatto, passa a Bruxelles: l’Ue si ritrova chiamata a gestire un’apertura inattesa, mentre dentro il Cremlino sembra maturare la convinzione che la guerra, almeno nella sua fase più cruenta, stia esaurendo la sua spinta. Anche il premier slovacco Fico ha spronato l’Europa al dialogo, aggiungendo un tassello a quel mosaico di pressioni incrociate che investono Putin.
La retorica della vittoria e il dato inedito della stanchezza
Non manca, ovviamente, la tradizionale linea dura rivolta al fronte interno. Mosca ha ribadito attraverso canali ufficiali che «la guerra in Ucraina finirà con la nostra vittoria». Una formula rituale, che convive però con l’inedito riconoscimento della fatica. Lo sguardo «un po’ contrariato e un po’ infastidito» dello Zar durante la parata, così come è stato descritto, suggerisce un logoramento personale mai ammesso prima. Unendo i puntini tra l’espressione del volto e le parole sulla fine del conflitto, emergono i contorni di un possibile cambio di strategia. Non una resa, ma forse la consapevolezza che il tempo non gioca più a favore di nessuno.
Sviluppi giudiziari e cronaca: nessuna deviazione dal tema
Mentre il dibattito si concentra sulle mosse del Cremlino, altre notizie di cronaca – dal caso Garlasco con il foglio di appunti di Sempio fino alla nave dell’Hantavirus a Tenerife – scorrono in parallelo, senza intersecare il fronte diplomatico. L’attenzione resta salda su ciò che accade nel teatro ucraino e nei palazzi del potere europeo. Putin, del resto, non ha mai nascosto la sua preferenza per mediatori come l’ex cancelliere Schröder, figura scomoda ma storicamente vicina a Mosca. «Preferirei Schröder», ha lasciato intendere, riaprendo vecchie crepe nella compattezza occidentale. L’intreccio tra stanchezza personale, pressioni internazionali e aperture negoziali disegna una fase nuova, dove il prossimo passo spetta proprio a chi – finora – aveva escluso qualsiasi trattativa diretta.




