Petrolio sopra i 100 dollari, la crisi degli stretti e il rischio di una catastrofe energetica

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il prezzo del petrolio è tornato a superare la soglia psicologica dei cento dollari al barile, innescando un nuovo campanello d'allarme per l'economia globale. Dopo un periodo di relativa tregua, le quotazioni del Brent e del Wti sono schizzate verso l'alto a causa dell'inasprimento del conflitto in Medio Oriente, che minaccia di interrompere in modo permanente i flussi energetici attraverso gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb.

La situazione, come vedremo, è molto più complessa di un semplice rialzo dei prezzi e rischia di tradursi in una crisi energetica dalla portata storica, con conseguenze potenzialmente devastanti per un mondo già provato dalle tensioni internazionali.

Il ritorno dei cento dollari e il panico dei mercati

Nelle ultime sedute, il Brent ha superato quota 101 dollari al barile, mentre il Wti ha varcato la soglia dei 92 dollari, toccando i massimi da maggio. Il balzo è stato innescato da una combinazione di fattori esplosivi: gli attacchi degli Houthi yemeniti contro due petroliere saudite nel Mar Rosso, che hanno di fatto aperto un nuovo fronte nel conflitto, e il contemporaneo blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran.

Secondo quanto riportato, gli Houthi hanno rivendicato l'attacco alle petroliere Encelia e Layla, minacciando di estendere il blocco navale contro l'Arabia Saudita, e hanno costretto una decina di altre navi a interrompere il passaggio.

Il doppio imbuto: Hormuz e Bab el-Mandeb sotto scacco

Il vero timore degli analisti e degli operatori del settore è che le due principali vie di approvvigionamento energetico del Golfo Persico vengano paralizzate simultaneamente. Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava circa il 20% del greggio mondiale prima del conflitto, è di fatto chiuso, con un crollo dei transiti da una media di 20 milioni di barili al giorno a soli 3,9 milioni.

La rotta alternativa del Mar Rosso, attraverso il Bab el-Mandeb, era diventata vitale per le esportazioni saudite, ma la minaccia degli Houthi rischia ora di compromettere anche questo corridoio. Una chiusura completa del Bab el-Mandeb potrebbe sottrarre al mercato un ulteriore 7% dell'offerta mondiale di petrolio, creando un "doppio imbuto" senza precedenti nella storia moderna.

Le riserve in esaurimento e il rischio di una catastrofe energetica

La situazione è resa ancora più critica dallo stato delle riserve strategiche di petrolio, che si stanno rapidamente esaurendo. L'ultimo dato ufficiale dell'International Energy Agency, risalente a prima della nuova escalation, indicava un'offerta globale ancora inferiore di 9,4 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli pre-guerra, una stima che Goldman Sachs ha peggiorato a circa 13 milioni di barili al giorno solo a causa della chiusura di Hormuz.

Gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali hanno già attinto alle loro riserve di emergenza, ma si tratta di una soluzione temporanea. Senza una pace durevole in Medio Oriente, il mondo potrebbe andare incontro a una vera e propria "catastrofe" energetica, con un impatto devastante sui prezzi del petrolio, della benzina e, verosimilmente, dell'energia elettrica.

Un conflitto che si allarga: il Mar Nero e le sanzioni

Il quadro è ulteriormente complicato dal perdurare della guerra in Ucraina, che funge da amplificatore della crisi energetica. Gli attacchi con droni contro le petroliere in carico al terminal del Caspian Pipeline Consortium (CPC) sul Mar Nero hanno costretto a sospendere ripetutamente le operazioni, minacciando circa 1,5 milioni di barili al giorno di export petrolifero dal Kazakistan. A questo si aggiunge il divieto all'export di diesel imposto dalla Russia, che ha ridotto ulteriormente l'offerta di carburanti sul mercato globale.

La combinazione di questi fattori sta creando una tempesta perfetta che potrebbe portare il prezzo del Brent a superare i 120 dollari al barile entro la fine dell'anno, secondo le proiezioni di Goldman Sachs.

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