Salvo D’Acquisto, il martire che unisce: la storia oltre la retorica
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Redazione Interno
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Alessandro D’Acquisto, oggi 88enne, ricorda con nitidezza il fratello Salvo, ucciso a Palidoro il 23 settembre 1943. «Avevo solo sei anni quando morì», racconta, «ma i suoi ideali e il suo sacrificio sono rimasti vivi nella nostra famiglia». Salvo, il primogenito di cinque figli, aveva appena 23 anni quando si offrì in cambio della vita di 22 civili innocenti, condannati a morte dai paracadutisti tedeschi durante l’occupazione nazista. La notizia della sua fucilazione arrivò ai familiari solo un anno dopo, lasciando un vuoto che il tempo non ha colmato.
Quel giorno, Salvo D’Acquisto, vicebrigadiere dei carabinieri, gridò «Viva l’Italia» prima di essere falciato dai colpi di mitra. Il suo corpo cadde accanto alla fossa comune scavata per le vittime che aveva salvato. Testimonianze dirette, come quella di Angelo Amadio, raccontano di un gesto eroico che ha attraversato i decenni, diventando simbolo di coraggio e abnegazione. Un gesto che, nonostante la sua grandezza, non ha sempre trovato spazio nella retorica resistenziale, spesso divisa tra chi indossava la divisa e chi combatteva nelle fila partigiane.
Il film del 1974, intitolato semplicemente «Salvo D’Acquisto», ha contribuito a riportare alla luce la sua storia, ma è stato solo negli ultimi anni che il suo sacrificio è stato pienamente riconosciuto come parte integrante della lotta contro il nazifascismo. Oggi, la Chiesa cattolica gli rende omaggio avviando l’iter per la sua beatificazione, un percorso che Papa Francesco ha voluto includere tra le priorità del suo pontificato, nonostante i recenti problemi di salute.




