La sfida di Kallas a Rubio e il cinismo delle guerre: quando l’Europa smette di abbassare lo sguardo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’aria che si respira nei salotti diplomatici, quelli che contano davvero, è spesso viziata da formalismi e da un educato silenzio che serve a mascherare i veri rapporti di forza. Ogni tanto, però, capita che qualcuno rompa questa cortina di cristallo. E a farlo, questa volta, è stata una donna battagliera proveniente da un Paese piccolo – l’Estonia – che conta poco più di un milione e trecento mila anime. Si chiama Kaja Kallas, ed è l’Alta rappresentante per la politica estera dell’Unione europea. Durante l’ultimo vertice dei ministri degli Esteri del G7, tenutosi in Francia, la Kallas ha fatto ciò che molti uomini di governo, forse troppo tremebondi o forse semplicemente troppo abituati a giocare in difesa, non avevano mai osato fare di fronte al potente segretario di Stato americano, Marco Rubio.

Il faccia a faccia, stando a quanto riferito da fonti presenti alla riunione, è stato teso. La Kallas, guardando dritto negli occhi il suo interlocutore, ha ricordato come esattamente un anno prima gli Stati Uniti avessero avvertito Mosca: se il Cremlino avesse ostacolato gli sforzi americani per porre fine alla guerra in Ucraina, la pazienza di Washington sarebbe finita e sarebbero scattate misure più dure. Il tempo è passato, e la situazione sul campo non sembra essersi sbloccata. “È passato un anno”, avrebbe chiesto l’estone con fermezza, “e la Russia non si è mossa. Quando finirà la sua pazienza?”. Una domanda secca, diretta, che ha spiazzato. Rubio, visibilmente infastidito, ha risposto per le rime: gli Usa stanno facendo del loro meglio e, se l’Europa crede di poter fare meglio, è libera di farlo, gli americani si faranno da parte. Un botta e risposta che fotografa una crepa profonda, forse incolmabile, nella fiducia tra i due lati dell’Atlantico.

L’arte di fare i soldi mentre il mondo brucia

Se da un lato i ministri si scambiano frecciate nelle abbazie francesi, dall’altro il mondo va avanti secondo una logica spietata, quella del cinismo più puro. Oggi parliamo la lingua degli affari, anche quando a parlare sono i cannoni. Perché se è vero – ed è banale dirlo – che la guerra porta morte, distruzione e sofferenza tra i più deboli, è altrettanto vero che regala montagne di soldi a chi sa approfittarne. Le grandi aziende della difesa esultano, le compagnie petrolifere incassano, e ci sono interi Paesi, come la Russia, che traggono profitto dal caos.

E qui il discorso si fa sottile, quasi ipocrita. Mentre in Medio Oriente infuria il conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele, e lo Stretto di Hormuz è di fatto bloccato con centinaia di petroliere ferme al largo, c’è chi, dall’altra parte del mondo, si trova a fare i conti con una realtà contraddittoria. L’amministrazione Trump, infatti, ha preso decisioni che di fatto alleggeriscono la pressione su Mosca. La sospensione temporanea delle sanzioni sulle fonti energetiche russe, ad esempio, è stata letta da molti osservatori come un regalo inaspettato a Vladimir Putin. Un paradosso solo apparente: se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di fare di più per Kiev, allo stesso tempo adottano misure che rimpinguano le casse del Cremlino, il principale nemico dell’Ucraina.

Il mercato dei droni e la guerra che cambia volto

C’è poi un altro aspetto, più tecnologico ma non meno politico, che riguarda direttamente Kiev. La guerra in Ucraina è diventata un immenso laboratorio a cielo aperto, specialmente nel settore dei droni. La produzione di questi velivoli, lì, è schizzata da poche migliaia di unità a milioni, coinvolgendo un ecosistema di start-up e piccole imprese che ha rivoluzionato il concetto di industria bellica. E mentre il conflitto in Medio Oriente rischiava di far passare in secondo piano quello ucraino, ecco che la domanda di questi strumenti è aumentata esponenzialmente.

Si dice che l’Iran abbia ricevuto assistenza tecnica e satellitare dalla Russia per perfezionare i suoi attacchi, ma anche che paesi del Golfo, come l’Arabia Saudita e il Qatar, stiano guardando con estremo interesse alla produzione ucraina per difendersi dalle minacce aeree. Un giro d’affari enorme, che dimostra come la guerra – quella vera, sporca e sanguinaria – sia diventata un’occasione di business per chi ha saputo innovare in fretta. Kiev, in questo senso, non è più solo un ricevitore di aiuti, ma un attore capace di offrire soluzioni a chi oggi si trova sotto attacco.

Lo scontro generazionale e il peso delle parole

Tornando al G7, il confronto tra Kallas e Rubio ha avuto il merito di mettere a nudo una verità scomoda. L’approccio dell’Unione europea, spesso percepito come lento e diviso, si è scontrato con la pragmatica durezza americana. Rubio, prima di partire per l’Europa, aveva già messo le mani avanti: non era lì per rendere felici gli alleati europei, ma per servire gli interessi del popolo americano. Una dichiarazione che, per quanto brutale, riassume il nuovo corso di Washington, un corso che non sembra più disposto a tollerare critiche o a considerare l’Europa come un partner alla pari.

Dall’altra parte, la voce della Kallas ha rappresentato un cambio di passo. Non più il solito diplomatico che annuisce per educazione, ma un leader che chiede conto delle promesse non mantenute. I ministri europei presenti, dopo lo scambio acceso, hanno cercato di mediare, chiedendo agli americani di non abbandonare il tavolo della diplomazia, mentre Rubio e la stessa Kallas si sono poi brevemente appartati per cercare di calmare gli animi. Un siparietto che, al di là della riconciliazione formale, ha lasciato sul tavolo un’evidenza: la guerra in Ucraina non è finita, le contraddizioni tra chi la combatte per procura sono più vive che mai, e la pazienza, come quella che aveva evocato Rubio un anno fa, rischia di essere un bene sempre più scarso.

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