La balena Timmy liberata nel Mare del Nord, il salvataggio che ha diviso la Germania
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Redazione Esteri
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Sessanta giorni, esatti. È questo il tempo che la megattera soprannominata “Timmy” ha trascorso lontana dal suo habitat naturale, imprigionata dalle acque bassissime del Mar Baltico, un labirinto di sabbia e fondali ostili che rischiava seriamente di diventare la sua tomba. La sua odissea, iniziata il 3 marzo al largo del porto di Wismar, sulla costa tedesca, si è conclusa con un’operazione che molti esperti avevano bollato come folle e persino crudele, ma che alla fine ha permesso al cetaceo di tornare a respirare la libertà nel Mare del Nord.
Per capire la portata della vicenda, bisogna immaginare la disperazione silenziosa di quel giovane esemplare, una megattera di una decina di metri rimasta intrappolata tra banchi di sabbia mobile. L’ambiente sbagliato la stava lentamente uccidendo: le basse temperature e la scarsa salinità del Baltico le stavano distruggendo la pelle, mentre la debolezza fisica aumentava con ogni inutile tentativo di reindirizzarla verso il largo. Dichiarata spacciata da più parti, le autorità del Meclemburgo-Pomerania avevano inizialmente gettato la spugna, consigliando di lasciare che la natura facesse il suo corso. Finché, a un certo punto, l’opinione pubblica non si è divisa in due, e l’inerzia governativa ha dovuto fare i conti con l’ostinazione di chi si rifiutava di assistere impassibile a quella lenta agonia.
Il sorprendente colpo di scena finanziato da privati
Quando ogni speranza sembrava perduta, la narrazione ha preso una piega inaspettata. Non è stata la mano pubblica, bensì un’iniziativa privata a cambiare le sorti della vicenda: due imprenditori, Kimberly Walter-Mommert e Walter Gunz, hanno messo mano al portafoglio ignorando gli avvertimenti della comunità scientifica e i pareri contrari della Commissione Baleniera Internazionale, secondo i quali lo stress del trasporto per un animale già così compromesso equivaleva a pura crudeltà. La loro scommessa, costata oltre un milione e mezzo di euro, era un piano tanto semplice nei principi quanto complesso nella realizzazione: trasportare la balena su una chiatta, un viaggio di centinaia di chilometri fino alle acque profonde del Mare del Nord.
L’operazione, definita unica nel suo genere in Germania, ha richiesto un lavoro certosino. Per prima cosa, i veterinari hanno dato il via libera valutando la megattera idonea al trasporto; le sue condizioni, seppur gravi, non erano letali. La procedura ha previsto l’uso di un’imbracatura rudimentale, creata con manichette antincendio per guidare il colosso marino, mentre la chiatta – una sorta di bacino galleggiante allagabile – accoglieva “Timmy” per mantenerla idratata e semi-galleggiante durante il lungo tragitto verso nord, circumnavigando la Danimarca.
Il momento della liberazione e il destino in bilico
I riflettori si sono riaccesi sabato mattina, quando al largo di Skagen il convoglio ha finalmente fermato i motori. Le immagini, rimbalzate sui media tedeschi, mostrano la megattera uscire dalla chiatta. Per qualche istante è rimasta accanto alle barche di supporto, soffiando un getto d’acqua in aria prima di immergersi definitivamente e iniziare a nuotare – almeno stando a quanto riferito dai soccorritori – nella giusta direzione. Una telemetrina, un ricevitore attaccato alla sua pinna, è ora l’unico collegamento con il mondo umano che tanto l’ha tormentata.
Tuttavia, chiudere questa storia con un semplice “lieto fine” significherebbe raccontare solo metà della verità. La liberazione non è un lieto fine, è solo l’inizio di un’altra incognita. Gli stessi scienziati che avevano previsto l’esito infausto ricordano ora come la balena soffrisse di lesioni interne e di una grave congiuntivite. Il ministro dell’Ambiente Till Backhaus, che ha dovuto mediare tra la scienza e la pressione popolare, ha ammesso che non esiste alcuna certezza sulla sopravvivenza a lungo termine del mammifero. Il tempo, e solo quello, ci dirà se “Timmy” riuscirà a riprendersi del tutto o se questa impresa rimarrà nella storia come un gesto di umanità destinato a spegnersi nelle fredde acque dell’Atlantico.




