Poste Italiane archivia il 2025 con un utile record a 2,2 miliardi, cedola a 1,25 euro e procede all’integrazione di PostePay in BancoPosta, mentre dopo l’ingresso in Tim punta ora a rilevare da Cdp il 20 per cento del Polo Strategico Nazionale.
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Redazione Economia
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L’esercizio appena concluso, come certificato dai numeri diffusi dal gruppo guidato da Matteo Del Fante, segna un +10 per cento nell’utile netto e un +4 per cento nei ricavi, questi ultimi attestatisi a 13,1 miliardi, un livello che non aveva precedenti nella storia dell’azienda. Traguardi, questi, che arrivano con un certo anticipo rispetto alle scadenze fissate dal piano industriale 2024-2028, una circostanza che ha permesso al consiglio di amministrazione di proporre agli azionisti una cedola in salita del 16 per cento, portandola a 1,25 euro per azione e determinando una distribuzione complessiva di risorse pari a 1,6 miliardi. L’amministratore delegato, chiamato a raccogliere i frutti di una strategia che ha progressivamente trasformato il vecchio monopolio delle lettere in un polo logistico-finanziario, non ha nascosto la soddisfazione parlando di un «anno eccezionale», sebbene il suo mandato sia in scadenza e l’assemblea di aprile sia chiamata a pronunciarsi sul rinnovo. Nel frattempo, Del Fante ha già messo mano alla bozza del nuovo piano strategico, la cui presentazione è attesa entro la fine dell’anno e che dovrebbe vedere nell’intelligenza artificiale uno dei motori principali per comprimere ulteriormente i costi e, allo stesso tempo, spingere i ricavi.
L’integrazione tra PostePay e BancoPosta e la razionalizzazione societaria
Tra le novità di carattere organizzativo che accompagnano questi risultati, spicca la decisione di procedere a una fusione che di fatto accorpa i servizi di pagamento di PostePay all’interno del perimetro di BancoPosta, creando un unico hub finanziario. Una riorganizzazione, questa, che non si limita a una mera operazione contabile, ma che mira a ottimizzare l’impiego del capitale e a rafforzare le sinergie di vendita incrociata, lasciando peraltro in capo alla capogruppo le attività legate all’energia e alla telefonia, quelle stesse che finora facevano capo a PostePay. Il processo di semplificazione dell’architettura societaria, del resto, era già stato anticipato nei mesi scorsi dall’unificazione delle applicazioni digitali: la vecchia app BancoPosta era confluita in una nuova piattaforma unica lo scorso giugno, e da ottobre anche l’applicazione dedicata a PostePay è stata ritirata, con tutte le funzionalità confluite in un’unica interfaccia che ogni giorno, stando ai dati diffusi, viene utilizzata da circa 4 milioni di persone.
Il dossier Tim e l’ingresso nel capitale del Polo Strategico Nazionale
Parallelamente alla riorganizzazione interna, Poste Italiane continua a tessere la trama delle sue alleanze industriali, in particolare con Tim, di cui detiene ormai il 27 per cento del capitale, un’operazione che aveva richiesto un esborso iniziale di 1,3 miliardi e che oggi, a sentire i vertici, avrebbe già più che raddoppiato il suo valore. Le sinergie avviate con l’ex monopolista delle telecomunicazioni sono molteplici e vanno dalla migrazione dei clienti di PosteMobile sull’infrastruttura di Tim – mossa che dovrebbe generare risparmi nell’ordine dei 25 milioni – al lancio di prodotti assicurativi destinati alle piccole e medie imprese, resi disponibili sia nei punti vendita Tim sia online, con risultati che vengono definiti incoraggianti. Non solo: è in fase di studio la possibilità di distribuire prodotti Tim all’interno degli uffici postali, mentre l’azienda è in trattativa avanzata per rilevare da Cassa Depositi e Prestiti il 20 per cento del Polo Strategico Nazionale, la società che ha il compito di realizzare l’infrastruttura cloud per la pubblica amministrazione e di cui Tim possiede già il 45 per cento. Segno, questo, di una strategia che punta a consolidare posizioni in settori nevralgici per il paese.
La crescita nei pacchi e la tenuta dei servizi finanziari
A sostenere i conti, come emerge dall’analisi dei dati di bilancio, è stata in particolare la divisione pacchi e logistica, che ha fatto segnare un incremento dei ricavi del 9,4 per cento, arrivando a 1,7 miliardi e confermando il gruppo come primo operatore nazionale con 349 milioni di consegne, in aumento del 13,3 per cento rispetto all’anno precedente. Il calo strutturale della corrispondenza tradizionale, che pure prosegue con una flessione del 2,9 per cento, è stato più che compensato dalla performance del comparto, e la quota di pacchi recapitati direttamente dai postini ha raggiunto il 43 per cento, a testimonianza di un modello di business che sfrutta la capillarità della rete per generare valore. Quanto ai servizi finanziari, i ricavi da terzi si sono attestati a 5,7 miliardi, con una crescita del 2,9 per cento trainata dal margine d’interesse, mentre il comparto assicurativo ha messo a segno un balzo dell’11,3 per cento, arrivando a 1,8 miliardi, sostenuto dalla raccolta netta positiva e dalla redditività dei rami Vita e Protezione. Il ramo Postepay, infine, ha generato ricavi per 1,7 miliardi, in rialzo del 5,1 per cento, complice anche il contributo di Poste Energia, che conta ormai oltre un milione di clienti.
La guidance per il 2026 e il lavoro sul nuovo piano industriale
Per l’esercizio in corso, il management ha fornito indicazioni che prefigurano un ulteriore miglioramento: l’obiettivo è un utile netto di 2,3 miliardi, al netto del contributo della partecipazione in Tim, con un risultato operativo adjusted superiore a 3,3 miliardi e un payout ratio che non dovrebbe scendere al di sotto del 70 per cento. Indicazioni, queste, che arrivano mentre in azienda si lavora alla definizione del prossimo piano strategico, destinato a sostituire quello attuale che scade a fine 2028 e che appare già in parte superato dall’accelerazione impressa dai risultati. Del Fante ha anticipato che l’intelligenza artificiale giocherà un ruolo da protagonista, definendola un «acceleratore di crescita chiave» per ridurre i costi in modo sostenibile e, al contempo, aumentare i ricavi. Un percorso, quello delineato, che il mercato ha accolto con qualche cautela: il Titolo, dopo la diffusione dei conti, ha ceduto l’1,5 per cento chiudendo a 23 euro, una presa di beneficio che non ha comunque intaccato il giudizio sostanzialmente positivo degli analisti.




