La sinistra e il mito del giovane ribelle: quando il referendum diventa una questione generazionale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un’immagine, quasi un cliché mediatico, che da qualche settimana a questa parte i giornali di sinistra rilanciano con una certa insistenza, quasi fosse un’epifania politica improvvisa: quella dei giovani trasformati in salvatori della Patria, merito di quel voto “No” al referendum sulla giustizia che, con il 53,4% dei consensi, ha mandato all’aria la riforma voluta dal governo. Non si tratta, va da sé, di un fenomeno nato dal nulla, bensì di una narrazione che affonda le sue radici in un immaginario preciso, quello dei movimenti autonomi, dei centri sociali e delle tende piantate davanti alle università. È l’identikit del giovane “impegnato”, quello che ha fatto il proprio apprendistato politico tra i No Tav e le assemblee nei collettivi, l’unico – secondo questa ricostruzione – a possedere la dignità necessaria per opporsi al potere costituito. Parallelamente, e quasi per contrappasso, tutti gli altri ragazzi, quelli che non partecipano a cortei o a manifestazioni di piazza, verrebbero implicitamente bollati come disimpegnati, quasi “deficienti”, per riprendere la terminologia usata in una delle rubriche più seguite del momento.

La narrazione del referendum e i suoi protagonisti dimenticati

A gettare luce su questo meccanismo di selezione ideologica ci ha pensato, con il suo stile graffiante e diretto, Mauro Cabrini nella nona puntata di ‘Stiamo in campana’, rubrica online de La Provincia di Cremona e di Crema. Il suo intervento, pubblicato sul sito e rilanciato sui canali social del quotidiano, sposta l’attenzione dal risultato numerico del referendum – che pure ha segnato una sconfitta pesante per le destre reazionarie ed eversive attualmente al governo – alla narrazione distorta che ne è seguita. Perché se è vero che il popolo italiano, con il suo voto, ha bocciato la riforma della giustizia, è altrettanto vero che il terremoto politico immediatamente successivo (con le dimissioni della ministra del Turismo Daniela Santanchè, del sottosegretario Andrea Delmastro e della capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi) ha finito per oscurare un dibattito più profondo.

Cabrini, in sostanza, demolisce l’equazione semplicistica che vorrebbe i giovani compatti dietro una sola bandiera. L’analisi, per quanto caustica, tocca un punto dolente: la retorica della “generazione Z” salvifica, erede di un certo spirito antagonista, finisce per escludere dalla narrazione pubblica quella fetta di giovani che non si riconosce in quel modello di attivismo. Si tratta, in fondo, di una vecchia storia italiana, quella che vede i partiti di sinistra cercare un’élite morale giovane da contrapporre al conformismo borghese, dimenticando però che il voto, in cabina elettorale, è un atto profondamente individuale e non sempre declinabile in base alla provenienza sociale o al percorso di militanza.

Il voto costituzionale e la persistenza della Carta del ’46

A riprova di quanto la materia costituzionale sia complessa e sfugga a facili letture generazionali, c’è un dato storico che emerge con forza dalle cronache di questo voto. Nell’arco di un ventennio, la maggioranza degli italiani ha bocciato ogni tentativo di modifica dell’ordinamento costituzionale: dal referendum del 2006 indetto da Silvio Berlusconi, a quello del 2016 voluto da Matteo Renzi, fino a quello appena conclusosi. Una costanza, questa, che per molti osservatori dimostrerebbe come la Carta entrata in vigore il 1° gennaio 1946, frutto di un dibattito lungo e meditato da parte dei costituenti, conservi – nonostante i decenni – un’impressionante attualità nei principi e nei valori che attengono alla dignità e allo sviluppo della persona umana.

Sarebbe però riduttivo, se non fuorviante, attribuire questa “fedeltà” costituzionale esclusivamente ai giovani. I dati elettorali, se analizzati con attenzione, restituiscono un quadro molto più sfaccettato. Il “No” è stato trasversale, ha attraversato le generazioni, unendo talvolta gli anziani, che vedono nella Costituzione un baluardo del secondo dopoguerra, e i giovanissimi, che spesso vi scorgono l’ultimo argine a una deriva considerata autoritaria. Ciò che cambia, semmai, è il linguaggio con cui si declina questo attaccamento alla Carta: da una parte un sentimento quasi “museale” di difesa delle conquiste sociali, dall’altra un approccio più fluido e identitario legato ai diritti civili e alla giustizia.

Il ruolo del Circolo Pertini e il risveglio democratico

A Vasto, del resto, c’è chi ha voluto sottolineare con forza questo aspetto. Le parole arrivate dal Circolo dell’Avanti Sandro Pertini, infatti, hanno colto quella che a molti è parsa la vera novità di questa tornata elettorale: la ritrovata partecipazione. “Ci sono momenti in cui un Paese ritrova il suo respiro. Questa volta è accaduto grazie ai giovani”, si legge nel loro intervento, un endorsement che ribadisce il concetto di un risveglio civico trainato dalle nuove leve. Il riferimento, in questo caso, non è tanto al dato numerico in sé, quanto alla qualità della partecipazione: un ritorno alle urne che, dopo anni di astensionismo crescente, ha riacceso la speranza in chi crede nel valore del voto come strumento di cambiamento.

Eppure, anche in questo caso, l’enfasi sul ruolo dei giovani rischia di oscurare le dinamiche giudiziarie e politiche che hanno fatto da sfondo alla campagna referendaria. Le inchieste, gli sviluppi giudiziari legati alla riforma e le tensioni interne alla maggioranza – culminate con le uscite di scena dei tre esponenti governativi – hanno creato un clima di scontro frontale. In questo contesto, l’attenzione dei media si è spesso concentrata sugli aspetti più spettacolari del conflitto politico, finendo per ridurre il dibattito costituzionale a una mera questione di appartenenza generazionale. Una semplificazione, questa, che rischia di far perdere di vista la complessità dei contenuti giuridici su cui gli italiani erano chiamati a esprimersi.

Tra centri sociali e urne: il paradosso del voto autonomo

Il cortocircuito, insomma, è proprio qui: mentre la narrazione mainstream celebra i giovani “delle tende” e dei centri sociali come unici interpreti autentici della volontà popolare, la realtà del voto racconta una storia di individualità e di scelte spesso imprevedibili. Quella massa di milioni di giovani che “non menano”, per usare un’espressione cruda ma efficace, ha comunque contribuito a determinare il risultato finale. E lo ha fatto senza bisogno di intermediari ideologici, senza passare attraverso i rituali del movimento o le liturgie delle assemblee.

In fondo, la vera sorpresa di questo referendum non è tanto che i giovani abbiano votato No, ma piuttosto che abbiano votato in così tanti, rompendo un tabù che voleva le nuove generazioni sempre più distanti dalla politica istituzionale. Che lo abbiano fatto spinti da un’adesione convinta alla linea del Circolo Pertini, da un sentimento anti-governativo trasversale o semplicemente dal desiderio di esprimere un dissenso personale, è un dettaglio che sfugge a qualsiasi tentativo di etichettatura politica. Resta il fatto, inequivocabile, che la Carta costituzionale ha resistito anche questa volta; ma farlo dipendere esclusivamente da un’ala specifica del movimento giovanile, quella più rumorosa e organizzata, significa compiere un errore di prospettiva. Perché la democrazia, quando funziona, è fatta anche di silenzi, di urne anonime e di scelte solitarie che nessuna telecamera può inquadrare durante un corteo.

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