Hormuz, il caso della Touska e la strategia del controllo remoto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione nello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia strategico da cui dipende una fetta rilevante del commercio energetico globale, ha trovato una nuova, drammatica materializzazione nelle acque del Golfo di Oman. Il presidente Donald Trump, che ormai da più di un anno siede nuovamente alla Casa Bianca, ha annunciato l’intercettazione forzata della portacontainer iraniana Touska, un’operazione che rivela i dettagli operativi di una strategia di blocco basata su un mix di potenza di fuoco chirurgica e asfissia finanziaria. La nave, colpita e successivamente abbordata, rappresenta la prima vera crepa nel tentativo iraniano di forzare l’embargo navale imposto da Washington dopo il fallimento del round negoziale in Pakistan, una missione che il cacciatorpediniere USS Spruance ha condotto seguendo un protocollo di “disabilitazione” piuttosto che di affondamento.

L’azione, documentata da filmati diffusi dal Comando Centrale americano, ha seguito una procedura tanto metodica quanto spietata. Dopo aver intimato l’alt per sei ore, senza ricevere risposta dall’equipaggio della Touska (un’unità sottoposta a sanzioni del Tesoro americano per i suoi legami con attività illecite), il cacciatorpediniere ha aperto il fuoco con il cannone da 127 millimetri non contro lo scafo per affondarla, ma mirando specificamente al locale macchine. Un colpo, questo, che ha paralizzato il sistema propulsivo della nave lasciandola alla deriva, un atto di forza calcolato che ha preceduto l’arrivo dei marine del 31st Marine Expeditionary Unit, i quali si sono calati con rapidità dall’elicottero sul ponte della portacontainer per prenderne il controllo. Questa strategia, che evita l’eccessiva spettacolarità di un’esplosione generalizzata per concentrarsi sulla neutralizzazione tecnica del bersaglio, trasforma ogni tentativo di violazione del blocco in un’operazione ad alto rischio per l’equipaggio, il quale viene costretto ad abbandonare i locali prima dell’impatto.

Dal punto di vista geopolitico, il sequestro della Touska ha innescato una reazione a catena che va oltre il semplice scontro navale. Teheran, attraverso i Guardiani della Rivoluzione, ha risposto con la chiusura totale dello Stretto, ordinando a qualsiasi imbarcazione di non muoversi dagli ancoraggi nel Golfo Persico e nel Mare di Oman, pena il diventare un bersaglio. E mentre sul mare si registravano segnalazioni di attacchi con droni contro navi statunitensi in rappresaglia per quella che viene definita “pirateria armata”, a terra si consumava un’altra partita cruciale. Pechino, che per prima ha espresso “preoccupazione” per l’intercettazione della Touska, osserva con attenzione la scacchiera: i flussi di petrolio iraniano, infatti, rappresentano una fetta considerevole delle importazioni cinesi, e la capacità di garantire corridoi sicuri per le petroliere di “paesi amici” (come Russia e India) sta diventando un elemento di discriminante nella ridefinizione degli equilibri globali.

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