Lo Stretto di Hormuz e la strategia iraniana delle mine per contrastare l'offensiva americana

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La campagna militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, una offensiva che procede ormai da due settimane con una intensità senza precedenti, ha raggiunto l'obiettivo di decapitare la leadership politica e militare di Teheran e di ridurre significativamente il suo arsenale offensivo; non è però ancora riuscita a ottenere la resa incondizionata del regime, né tantomeno a fermare la sua capacità di reagire, per quanto in modo asimmetrico, colpendo gli interessi energetici globali in quel punto nevralgico che è lo Stretto di Hormuz. Il Pentagono, attraverso la voce del segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha rivendicato l'eliminazione di oltre quindicimila obiettivi nemici, una media di più di mille al giorno, dichiarando di fatto inesistente la marina iraniana e ridotta ai minimi termini la sua aviazione, ma è sulla via d'acqua che collega il Golfo Persico al mare aperto che si gioca ora una partita diversa, fatta di insidie invisibili e di un rischio calcolato che potrebbe rivelarsi devastante per l'economia mondiale.

Il presidente Donald Trump, forte della schiacciante superiorità tecnologica e della decisione di non coinvolgere truppe di terra, ha invitato gli equipaggi delle petroliere a mostrare coraggio e a sfidare il blocco imposto dall'Iran, forte del fatto che le unità di superficie della marina regolare sono state in gran parte distrutte. Eppure, la minaglia più temibile non proviene dalle poche navi da guerra rimaste a galla, bensì da quella componente del delle Guardie della Rivoluzione Islamica che da decenni si prepara proprio a uno scenario del genere: l'utilizzo di mine navali, un'arma antica, dal costo irrisorio rispetto ai danni che può provocare, capace di rendere un'intera rotta marittima una trappola mortale per mesi, se non per anni. Le forze armate iraniane, non potendo più competere in campo aperto, sembrano aver fatto ricorso a questo espediente per allargare il teatro delle operazioni, rendendolo fluido e imprevedibile, e i recenti attacchi a mercantili nelle acque irachene, realizzati con droni navali, dimostrano la volontà di sperimentare ogni vettore pur di mantenere aperto un fronte di crisi.

L’isola di Kharg e la nuova linea di galleggiamento del conflitto

Nel tentativo di stroncare sul nascere questa capacità di interdizione, l'esercito americano ha concentrato la sua attenzione su Kharg, l'isola che funge da principale terminale per l'esportazione del greggio iraniano e che Trump ha definito il gioiello della corona, annunciando di aver fatto "obliterare" ogni obiettivo militare presente sulla sua superficie. In un messaggio pubblicato sul suo social network, il presidente ha precisato di aver scelto, per ragioni di decenza, di non distruggere le infrastrutture petrolifere civili, un avvertimento chiaro rivolto a Teheran: se le petroliere non potranno attraversare Hormuz in sicurezza, la prossima volta a essere rasi al suolo non saranno soltanto i depositi di munizioni. La scelta, pur mantenendo un profilo di escalation controllata, mette in luce il paradosso della situazione: l'Iran, che controlla la costa settentrionale dello stretto, ha visto la propria capacità di lanciare missili e droni ridursi rispettivamente del 90% e del 95%, ma conserva ancora la possibilità di disseminare ordigni nelle acque poco profonde della via d'acqua, un'azione difficile da prevenire e ancor più complessa da contrastare una volta messa in atto.

La memoria storica delle mine e l’incognita del dragaggio

Il ricorso alle mine non è una novità per il Golfo Persico, che durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta fu teatro di quella che venne ribattezzata "guerra delle petroliere", quando entrambe le fazioni tentarono di strangolare economicamente l'avversario colpendo il traffico mercantile. In quel contesto, gli ordigni iraniani danneggiarono gravemente la fregata USS Samuel B. Roberts e missero fuori combattimento la superpetroliera Bridgeton, nonostante fosse scortata dalla marina americana; l'effetto psicologico e mediatico fu tale da indurre il Kuwait a chiedere protezione alle superpotenze e da costringere gli Stati Uniti a impegnare risorse ingenti in operazioni di bonifica che si protrassero a lungo anche dopo il cessate il fuoco. Oggi, come sottolineano gli esperti di storia navale, la sfida è persino più complessa perché le mine di ultima generazione, a volte definite "influenzabili", sono in grado di discriminare il tipo di nave e di rimanere inattive fino al passaggio dell'obiettivo prestabilito, rendendo il lavoro dei cacciamine estremamente pericoloso in un contesto di guerra attiva, dove le batterie costiere nemiche potrebbero ancora sparare.

L’incidente del KC-135 e il costo umano della campagna

In questo clima di scontri ad alta intensità, la macchina da guerra americana ha subito un duro colpo che nulla ha a che vedere con il fuoco nemico, ma che riconduce alla tragica casualità delle operazioni belliche. Un aereo da rifornimento KC-135 Stratotanker è precipitato in Iraq occidentale, causando la morte dei quattro membri dell'equipaggio a bordo; il Comando Centrale degli Stati Uniti ha escluso che si sia trattato di un abbattimento o di un attacco ostile, parlando di incidente, ma la perdita ha riacceso i riflettori sui rischi corsi quotidianamente dalle forze impegnate nella regione. Hegseth, nel dare l'annuncio dei raid su Kharg, ha voluto ricordare i caduti definendoli eroi americani e sottolineando che la guerra è inferno, mentre l'attenzione dei media rimane focalizzata sulla capacità iraniana di reagire, sulla resistenza mostrata da un regime che molti davano per spacciato e sulla determinazione di Trump a non arretrare di un passo, rifiutando persino l'offerta ucraina di fornire assistenza contro i droni, con una secca replica: non abbiamo bisogno del loro aiuto. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso di fatto, le assicurazioni del presidente non bastano a convincere gli armatori a riprendere la navigazione, e il prezzo del petrolio continua a salire, alimentando incertezza sui mercati globali.

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