Il virus marino che arriva dall’acqua salata: primo salto di specie nell’uomo, rischio cecità
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Redazione Salute
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C’è un nuovo protagonista, silenzioso e per certi versi inaspettato, nel campo delle zoonosi. Se finora l’attenzione si era concentrata su pipistrelli, uccelli o animali d’allevamento, oggi a fare irruzione è un agente patogeno che nuotava indisturbato tra gamberetti e crostacei. Si chiama Covert Mortality Nodavirus (CMNV), e fino a ieri gli esperti lo consideravano una minaccia esclusiva per la fauna ittica. A sconvolgere questo schema è uno studio pubblicato su Nature Microbiology, ripreso con forza dall’infettivologo Matteo Bassetti, che parla senza mezzi termini di “nuova frontiera” per le malattie infettive. Il fenomeno, per la prima volta documentato, è il superamento della barriera di specie: un patogeno marino che ha imparato a colonizzare l’uomo, attaccando un distretto finora insospettabile, l’occhio.
Dai gamberetti all’iride: la patologia che imita il glaucoma
I ricercatori cinesi, coordinati da più istituti tra cui l’Ospedale Oftalmologico di Qingdao, hanno analizzato 70 pazienti trattati tra il gennaio 2022 e l’aprile del 2025. Questi soggetti presentavano una sintomatologia ricorrente e ostica: una uveite anteriore accompagnata da un’ipertensione oculare persistente, ribattezzata con l’acronimo POH-VAU. A differenza delle uveiti classiche, spesso legate a herpes o varicella, qui i test per i virus comuni davano esito negativo. Esaminando i tessuti dell’iride asportati durante gli interventi chirurgici, il team ha trovato particelle virali di circa 25 nanometri, la cui analisi genetica ha rivelato una corrispondenza del 98,96% con il CMNV degli animali acquatici. Nei casi più gravi, la pressione intraoculare è salita a livelli pericolosi, provocando danni progressivi al nervo ottico e, in una piccola percentuale di malati, la perdita irreversibile della vista.
Il ruolo di Bassetti e i dettagli della trasmissione
Matteo Bassetti, direttore di Malattie Infettive al Policlinico San Martino di Genova, ha utilizzato i suoi canali social per rilanciare i dati, definendo “allarmante” la capacità di adattamento del virus. La sua valutazione si basa sulla versatilità del patogeno, capace oggi di infettare invertebrati, pesci e mammiferi (come dimostrato dagli esperimenti sui topi). Ma come avviene il passaggio all’uomo? Secondo le interviste ai pazienti, il 71,4% dei casi dichiara di aver maneggiato frutti di mare crudi senza protezioni o di averli consumati direttamente. Il rischio maggiore corre chi subisce una puntura delle appendici taglienti dei crostacei mentre li pulisce, oppure chi ingerisce abitualmente sashimi o crostacei poco cotti. In alcuni pazienti, il lasso di tempo tra l’esposizione accidentale e la comparsa dei sintomi oculari è stato stimato in soli tre-sei mesi.
Oceani come serbatoio e le evidenze di laboratorio
A confermare la pericolosità potenziale sono state le prove in vitro e sugli animali. Le cellule epiteliali corneali umane, esposte al virus in laboratorio, sono risultate vulnerabili all’infezione. Nei topi, l’inoculazione del CMNV ha riprodotto fedelmente il quadro clinico umano: aumento della pressione intraoculare e infiammazione dei tessuti. Lo studio soddisfa quindi i criteri di Koch, consolidando l’ipotesi che il CMNV sia il vero agente eziologico di questa nuova malattia. Non si tratta più, quindi, di una semplice correlazione statistica, ma di una relazione causale supportata da dati biologici e molecolari. Ciò che preoccupa gli esperti, come sottolineato anche da Bassetti, è la diffusione geografica del virus: il CMNV è stato rilevato in 49 specie diverse in Asia, America, Africa e persino in Antartide, il che lo trasforma in un problema di salute pubblica globale potenziale, non limitato ai soli mercati asiatici.
Prevenzione e gestione del rischio alimentare
In attesa di capire se il virus possa acquisire la capacità di trasmettersi direttamente da uomo a uomo (ipotesi non ancora dimostrata), l’indicazione dei ricercatori è chiara e riguarda la filiera alimentare domestica. La manipolazione di pesce o gamberi vivi richiederebbe l’uso di guanti robusti, per evitare i microtraumi da schegge di carapace o lische. Parimenti, la cottura completa dei prodotti ittici ucciderebbe il virus, abbattendo drasticamente il rischio. Lo scenario descritto da Nature Microbiology e divulgato da Bassetti apre una nuova finestra sulla sorveglianza epidemiologica: gli oceani, un tempo considerati barriere naturali, si rivelano serbatoi di patogeni pronti a compiere il salto, portando malattie dimenticate o sconosciute nei reparti di oftalmologia di tutto il mondo.




