La procura di Siena chiede le perizie e riapre il fascicolo sulla morte di David Rossi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A tredici anni esatti da quel 6 marzo 2013, la notte in cui il Corpo di David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi, venne trovato senza vita nel vicolo sottostante il suo ufficio al terzo piano di Rocca Salimbeni, la macchina giudiziaria si è rimessa in moto. La Procura di Siena, retta da Andrea Boni, ha ufficialmente riaperto le indagini, un atto dovuto dopo che nei giorni scorsi gli inquirenti hanno formalizzato una richiesta alla commissione parlamentare d’inchiesta bis: ottenere copia integrale delle ultime perizie, quelle che di fatto hanno demolito l’ipotesi del suicidio archiviata per due volte. A dare la notizia per primo, come spesso accade in vicende intrecciate a silenzi istituzionali e a una certa ostinazione giornalistica, è stato Massimo Giletti, anticipando sui suoi canali social il contenuto della puntata de Lo Stato delle Cose andata in onda ieri sera su Rai3.

L’istruttoria tecnica che cambia i fatti

L’elemento che ha imposto un nuovo corso all’inchiesta, costringendo la magistratura senese a rivedere le proprie posizioni, poggia su basi peritali solide, quelle depositate dal tenente colonnello dei Ris Adolfo Gregori e dal medico legale Robbi Manghi, consulenti della commissione presieduta da Gianluca Vinci. Non si tratta di supposizioni o di testimonianze labili, ma di un’analisi minutissima dei fotogrammi originali della caduta e delle lesioni riportate dal manager cinquantunenne. I periti, attraverso una serie impressionante di test, hanno stabilito che le ferite al polso sinistro di Rossi – quelle che portarono al distacco anomalo della cassa dell’orologio dal cinturino – non sono riconducibili all’impatto con il selciato di vicolo Monte Pio, ma a una dinamica completamente diversa: Rossi veniva trattenuto per un braccio mentre era sospeso nel vuoto, con il penzoloni all’esterno della finestra.

La novità dirompente, quella che ha spinto la Procura a richiedere gli atti e ad aprire un nuovo fascicolo già a fine dicembre, riguarda anche il volto della vittima. Le escoriazioni e i segni profondi riscontrati sullo zigomo e sul naso, hanno spiegato i consulenti in audizione, sono perfettamente compatibili con una pressione violenta contro la barra metallica dei fili anti-piccione o contro il telaio della finestra. Un dettaglio, quest’ultimo, che ridisegna la scena del delitto: Rossi sarebbe stato aggredito all’interno del suo ufficio, la sera stessa in cui era stato sentito dagli inquirenti nell’ambito delle complesse inchieste sui derivati e sui conti della banca più antica del mondo, e successivamente spinto o lasciato cadere dopo una colluttazione.

La conferma del presidente Vinci e il nuovo fascicolo

Gianluca Vinci, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, ha accolto con soddisfazione la decisione del tribunale di Siena, pur mantenendo le distanze tra il piano giudiziario e quello dell’accertamento storico-politico che compete al suo organismo. "Siamo lieti di apprendere, alla vigilia del 6 marzo, che la Procura ha aperto un nuovo fascicolo d'inchiesta", ha dichiarato, confermando che la documentazione richiesta – le due relazioni peritali depositate a dicembre e una ulteriore la scorsa settimana – sarà trasmessa immediatamente agli uffici giudiziari. Il fascicolo, secondo quanto si apprende, recherebbe un numero del dicembre 2025, periodo in cui emersero i primi risultati shock sulla dinamica dell’orologio, e sarebbe stato assegnato ai pm Siro De Flammineis e Niccolò Ludovici.

Quel che appare ormai certo, al netto del segreto istruttorio, è che il reato ipotizzato non possa più essere quello di istigazione al suicidio, una formula che nelle prime due inchieste servì per consentire comunque gli accertamenti. La nuova relazione di metà mandato della commissione, che sarà presentata venerdì all’Archivio di Stato di Siena proprio nel giorno dell’anniversario, esclude definitivamente l’ipotesi del gesto volontario e parla apertamente di omicidio. Lo stesso Vinci, nei giorni scorsi, aveva anticipato che le modalità dell’aggressione ricostruite dai tecnici "non farebbero che avvalorare l’idea di una minaccia finita male con l’appenderlo alla finestra". Parallelamente, la trasmissione Le Iene, da anni impegnata sul caso, si trova coinvolta in un procedimento a Genova per le loro rivelazioni, mentre la famiglia di Rossi, assistita dall’avvocato Carmelo Miceli, continua a sollecitare un’indagine che non si fermi alle prime avvisaglie ma che risalga la catena di responsabilità e omissioni che per oltre un decennio hanno tenuto in ombra una verità diversa.

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