Le nuove perizie sul caso Ceravolo e il giallo dell’incontro di David Rossi con l’ex deputato Fava
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il lungo e tormentato filone d’inchiesta che avvolge la morte del manager David Rossi – trovato senza vita il 6 marzo 2013 a Siena – conosce una svolta destinata a riaprire scenari finora rimasti in ombra, alimentati da una verità giudiziaria mai del tutto compiuta. Le ultime perizie, quelle trasmesse nel corso della trasmissione “Le Iene”, parlano infatti con un linguaggio nuovo: non più suicidio, ma un’aggressione consumatasi all’interno del suo stesso ufficio, seguita poi da un omicidio vero e proprio. Da qui, inevitabilmente, riparte la domanda che nessuno è mai riuscito a sciogliere: chi incontrò Rossi nelle ore precedenti la morte? Un testimone – la cui identità è stata protetta dall’anonimato – ha fatto un nome pesante, quello dell’allora deputato Gianni Fava. Un politico che, pur avendo sempre negato con decisione qualsiasi conoscenza personale con il manager, si ritrova oggi al centro di un nodo investigativo che le vecchie indagini avevano lasciato in sospeso.
Le email a Profumo e l’ombra di un movente politico
Ciò che rende concretamente imbarazzante la posizione di Fava – nonostante le sue smentite – è la documentazione informatica emersa dagli archivi della banca. Alcune email, quelle che David Rossi inviò ad Alessandro Profumo, allora presidente dell’istituto, descrivono con dovizia di particolari il motivo per cui il parlamentare “ce l’avrebbe avuta a morte” con il manager. Rossi, nelle sue missive, non si limitava a semplici dissidi professionali: delineava una ostilità radicata, forse riconducibile a incroci pericolosi tra politica e finanza, dei quali lui stesso si sentiva vittima designata. E proprio questa corrispondenza, ignorata per anni dalle prime indagini, diventa oggi una delle tracce più nitide per rileggere l’intero caso. Le parole del manager, scritte di suo pugno quando era ancora in vita, restituiscono il clima di una minaccia percepita come reale, non come una semplice paranoia.
Il maxi blitz contro la ‘ndrangheta e la verità su Filippo Ceravolo
Parallelamente, nella Calabria della ‘ndrangheta, i Carabinieri del Comando Provinciale di Vibo Valentia – sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro – hanno stretto un’altra maglia fondamentale attorno a una lunga stagione di sangue. L’operazione, condotta con lo Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria” e l’8° Nucleo Elicotteri, ha colpito il cuore pulsante delle cosche tra sei diverse regioni, dimostrando una capacità di intervento trasversale che pochi avrebbero immaginato fino a qualche anno fa. Tra i fatti ricostruiti emerge nitido l’omicidio del diciannovenne Filippo Ceravolo, un ragazzo la cui morte – avvenuta in un contesto di faide serrate – era rimasta per troppo tempo senza una spiegazione giudiziaria compiuta. Il Movimento Agende Rosse, gruppo provinciale “Paolo Borsellino”, ha espresso gratitudine verso gli investigatori, chiedendo ora che su quelle pagine di cronaca nera si scriva finalmente “una storia di verità e giustizia”, senza più omissioni né depistaggi.
La Fiat Punto grigia, i fermati e quella domanda “singolare”
Un dettaglio investigativo, emerso dalle cronache locali de “ilvibonese.it”, restituisce plasticamente la tensione di quei giorni. Era il 25 ottobre 2012 – quindi pochi mesi prima del delitto Ceravolo – quando una Fiat Punto di colore grigio, ripresa da alcune telecamere e notata da diversi residenti, venne fermata per un controllo di routine. All’interno Nicola Ciconte, classe 1989, e Bruno Lazzaro, classe 1988: due soggetti che i carabinieri annotarono come “stranamente agitati”, nonostante la perquisizione fosse risultata negativa. Quel territorio, le Serre vibonesi, in quel periodo era blindato: le cosche Emanuele e Loielo si contendevano il controllo a colpi di agguati, e ogni automobile sospetta diventava un potenziale bersaglio o un’arma. Un mese dopo l’agguato – quello in cui perse la vita Ceravolo – agli stessi fermati venne rivolta una domanda definita “singolare” dagli inquirenti, senza che però le indagini dell’epoca riuscissero a trasformare quel dettaglio in un’accusa definitiva. Oggi, con la nuova inchiesta della DDA di Catanzaro, quei nomi e quella Fiat Punto tornano a pesare come macigni.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
