Il genocidio di Gaza e il fallimento della memoria: cosa non abbiamo imparato dall’Olocausto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La parola genocidio, coniata nel 1944 dal giurista polacco Raphael Lemkin per descrivere lo sterminio sistematico degli ebrei, oggi torna a risuonare con sinistra attualità. Mentre a Gaza si consuma una tragedia che molti definiscono tale, il dibattito pubblico – spesso ridotto a tifoseria da bar – oscilla tra negazionismi e semplificazioni, senza affrontare il cuore del problema: come chiamare l’annientamento di un popolo quando avviene sotto i nostri occhi?

Israele, nato dalle ceneri della Shoah, ha intrapreso una strada che molti al suo interno giudicano insostenibile. Le operazioni militari nella Striscia, scatenate dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre – con 1.200 morti, tra cui 859 civili e 37 minorenni – hanno assunto proporzioni tali da far temere una cancellazione programmata. Netanyahu, annunciando la trasformazione di Gaza in un "deserto", ha usato toni che riecheggiano i peggiori capitoli della storia. Eppure, mentre le bombe cadono e la fame diventa arma di guerra, l’Occidente sembra paralizzato da una memoria selettiva.

Eisenhower, entrando nel campo di Ohrdruf ottant’anni fa, ordinò di documentare ogni dettaglio, convinto che qualcuno avrebbe tentato di negare l’orrore. Oggi, di fronte alle macerie di Gaza, quella lezione appare svanita. La retorica della "difesa necessaria" si scontra con numeri che parlano di oltre 36.000 palestinesi uccisi, per due terzi donne e bambini, e un tessuto sociale ridotto in frantumi. Se Lemkin definì genocidio «la distruzione di un gruppo nazionale, etnico o religioso», cosa resta quando scuole, ospedali e intere famiglie vengono cancellate?

La storia, del resto, offre precedenti scomodi. I nativi americani, sterminati e ridotti a "selvaggi" nei racconti coloniali, furono vittime di un processo analogo. Nei western, come Sentieri selvaggi, i massacri sono appena accennati: la macchina da presa indugia sui volti dei sopravvissuti, non sui corpi. A Gaza, invece, le immagini arrivano crude, ma la reazione è la stessa: un silenzio imbarazzato, spezzato solo dalle proteste di chi, come il patriarca Pizzaballa, parla di "punto di svolta" senza essere ascoltato.

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