Alzheimer, una svolta dalla ricerca: identificato il meccanismo che produce le placche più dannose

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La comunità scientifica internazionale concentra i propri sforzi su fronti diversi, talvolta complementari, nella lotta alla malattia di Alzheimer, e negli ultimi giorni sono emerse due linee di ricerca che, seppur distanti per approccio, condividono l'obiettivo di intervenire sugli ingranaggi più profondi e finora meno esplorati di questa patologia. Da un lato, un gruppo di ricercatori della Northwestern University, coordinato da Jeffrey Savas, ha pubblicato su 'Science Translational Medicine' uno studio che ridisegna la mappa della formazione delle placche amiloidi, individuando il momento e il luogo preciso in cui ha inizio il processo patologico; dall'altro, in Italia, il professor Cristian Ripoli dell'Università Cattolica del Sacro Cuore ha ottenuto un finanziamento da duecentomila dollari da Airalzh Onlus e dalla Fondazione Armenise-Harvard per portare avanti un progetto che punta a rinforzare le sinapsi, rendendole resilienti all'urto della malattia.

La scoperta guidata da Savas si concentra su un farmaco antico, il levetiracetam, un antiepilettico in uso da decenni e già approvato dalla Food and Drug Administration. A differenza delle terapie pi๠recenti, come il lecanemab e il donanemab, che intervengono quando le placche si sono già formate cercando di rimuoverle, il meccanismo individuato dallo studio americano agisce a monte. I ricercatori hanno osservato che la forma più tossica della proteina beta-amiloide, la cosiddetta beta-amiloide 42, si accumula all'interno delle vescicole sinaptiche dei neuroni, quelle strutture, per intenderci, che fungono da contenitori per i neurotrasmettitori e sono essenziali per la comunicazione tra le cellule cerebrali. La somministrazione del levetiracetam, legandosi alla proteina SV2A, rallenta il ciclo di riciclo di queste vescicole, consentendo alla proteina precursore dell'amiloide (APP) di rimanere più a lungo sulla membrana cellulare e deviandola cosଠdalla via metabolica che produce i peptidi tossici. In sostanza, il farmaco non elimina le placche, ma impedisce che si formino.

Un approccio preventivo che parte da lontano

La ricerca americana apre scenari importanti proprio per il suo valore preventivo, un concetto che gli stessi autori tengono a sottolineare con forza. Il levetiracetam, per esprimere la sua potenziale efficacia, dovrebbe essere assunto molto presto, forse anche vent'anni prima che gli attuali test diagnostici siano in grado di rilevare un aumento della beta-amiloide. Il team di Savas ha analizzato tessuti cerebrali di persone con sindrome di Down, le quali, a causa della triplicazione del gene APP, sviluppano una forma precoce e aggressiva di Alzheimer attorno ai quarant'anni, e ha riscontrato in questi campioni, prelevati da soggetti deceduti giovani, lo stesso accumulo di proteine presinaptiche osservato nei modelli animali. L'analisi condotta sui dati clinici esistenti del National Alzheimer's Coordinating Center ha inoltre mostrato come i pazienti con Alzheimer che avevano assunto levetiracetam presentassero un rallentamento, seppur modesto e nell'ordine di alcuni anni, nella progressione della malattia. Un'indicazione, questa, che suggerisce come il farmaco possa comunque offrire un beneficio, ma che rafforza l'idea che il suo potenziale più grande risieda nella capacità di intervenire in una fase paradossale della patologia, quando le sinapsi non sono ancora state spazzate via ma mostrano già i primi segnali di sofferenza.

L'Italia punta sulla resilienza neuronale

Su un versante complementare si muove la ricerca italiana del professor Ripoli, il cui lavoro è stato recentemente premiato con un prestigioso grant. La strategia del team della Cattolica non si concentra tanto sull'eliminazione delle proteine tossiche, quanto sulle conseguenze funzionali che queste provocano: la vulnerabilità delle sinapsi e la perdita di plasticità neuronale. L'idea, come spiega lo stesso Ripoli, è quella di ispirarsi all'ingegneria civile: se non si può impedire il terremoto, si possono progettare edifici più resistenti. Allo stesso modo, se non si riesce a bloccare del tutto l'aggregazione di beta-amiloide e tau, si possono rendere le sinapsi più forti e reattive, capaci di assorbire l'impatto della malattia senza degenerare. Per farlo, il gruppo di ricerca sta mettendo a punto delle proteine ingegnerizzate, veri e propri interruttori molecolari che rispondono a farmaci già approvati e sicuri, con l'obiettivo di attivarsi solo nelle cellule malate e solo al momento del bisogno, riparando il danno prima che diventi irreversibile. Questo approccio, finanziato per i prossimi due anni, si propone di sviluppare un sistema terapeutico autonomo, capace di intercettare precocemente la sofferenza cellulare e di intervenire in maniera mirata, preservando la funzionalità delle connessioni neuronali che sono alla base della memoria e delle funzioni cognitive.

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