Stretto di Hormuz, il conto alla rovescia per il carburante degli aerei è già iniziato
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Redazione Economia
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Il 9 aprile scorso, l’associazione Aci Europe – che rappresenta ufficialmente oltre seicento scali nel vecchio continente – ha scritto una lettera formale indirizzata a due commissari Ue, lanciando un allarme che pochi, fino a quel momento, avevano avuto il coraggio di quantificare con questa precisione. Se il passaggio delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz non riprenderà con stabilità entro tre settimane, l’Europa si troverà a fare i conti con una carenza sistemica di cherosene. Non si tratta, come qualcuno potrebbe sperare, di un’ipotesi remota legata alle fluttuazioni del mercato, ma di una scadenza fisiologica dettata dalle scorte: i depositi commerciali di greggio e carburante raffinato stanno scivolando sotto le soglie di sicurezza, e il tempo necessario per dirottare le rotte alternative – circumnavigando l’Africa – è semplicemente troppo lungo per tamponare l’emorragia di approvvigionamenti che arriva dal Golfo Persico.
La morsa dei prezzi e il caso limite della Sardegna
Se si osserva il quadro italiano, una delle situazioni più esposte alla tempesta perfetta riguarda la Sardegna. L’isola, per sua natura geografica, dipende in modo schiacciante dal trasporto aereo – lo fa per il turismo, certo, ma anche e soprattutto per i lavoratori, per i cittadini che devono raggiungere il continente per cure mediche o per esigenze familiari – e questa dipendenza rischia di trasformarsi in un collo di bottiglia logistico nei prossimi mesi. La raffineria di Sarroch ha finora retto l’urto utilizzando le scorte accumulate prima della chiusura dello Stretto (avvenuta ormai da più di un mese, esattamente dal 28 febbraio), ma il margine di sicurezza è destinato a esaurirsi a breve. Per evitare il black out dei rifornimenti, il governo ha già autorizzato l’uso parziale delle riserve strategiche dell’Ocsit; si tratta di una misura che garantirà la continuità territoriale, ma non i voli turistici, che resteranno esposti alla spietata legge della domanda e dell’offerta.
Il caro biglietti come prima crepa nel sistema
L’effetto più immediato, quello che i viaggiatori inizieranno a vedere già nei preventivi per l’estate, è l’esplosione dei prezzi. Ryanair, che da sola opera oltre il 90% dei voli sull’aeroporto Canova della Marca, lo ha annunciato senza troppi giri di parole: il costo del carburante è raddoppiato nel mese di marzo, e quella voce di spesa finirà inevitabilmente sul biglietto aereo. La compagnia irlandese ha anzi consigliato ai passeggeri di bloccare le prenotazioni ora, per tentare di mettersi al riparo dagli aumenti che arriveranno dopo Pasqua e che si faranno sentire per tutta la bella stagione. Questa dinamica, spiegano gli analisti, spingerà i vettori a concentrare le risorse solo sulle tratte ad alta redditività, mettendo in pericolo proprio quegli scali minori – come Alghero o Olbia – che dipendono economicamente dalle rotte low-cost.
Guerre e trattative: il nodo che tiene in scacco i rifornimenti
Sullo sfondo di questa emergenza logistica, la partita geopolitica resta in bilico. I colloqui per una tregua si stanno svolgendo in Pakistan – dove la delegazione americana guidata da Vance sta cercando un’intesa con i pasdaran – ma il nodo da sciogliere è duro. Israele, da parte sua, non molla la presa contro Hezbollah, e Teheran è chiara nel ribadire che finché ci saranno bombe sul Libano, lo Stretto rimarrà sbarrato. Senza una tregua duratura, i rifornimenti dal Golfo non torneranno a fluire con regolarità, e l’Europa si troverà a competere per il poco carburante disponibile sui mercati alternativi. In questo scenario, l’estate del 2026 rischia di essere ricordata non tanto per la ressa negli aeroporti, quanto per la difficoltà oggettiva di riempire i serbatoi.




