Mélenchon si butta nella mischia presidenziale del 2027, la quarta volta che cerca l’Eliseo
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Redazione Esteri
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Non c’è stata la consueta suspense, e del resto non poteva esserci per un veterano che ormai conosce ogni anfratto del palazzo: Jean-Luc Mélenchon, leader de La France Insoumise, ha ufficializzato la sua discesa in campo per l’Eliseo, candidandosi per la quarta volta alla presidenza. Lo ha fatto nel corso del telegiornale delle 20 su Tf1, una vetrina nazionale che non lascia spazio a equivoci, forte del via libera ricevuto in giornata dagli eletti del suo movimento. Per l’uomo che nel 2022 sfiorò l’impresa – arrivando terzo a poco più di 421mila voti dal secondo turno – si tratta di un atto dovuto, quasi un passo obbligato dopo aver a lungo coltivato l’ambizione di guidare la Francia dalla finestra più importante.
“Sono il più preparato”, la sfida all’estrema destra e il fantasma del ballottaggio
“C’è una squadra, un programma e un solo candidato”, ha scandito Mélenchon con la sicurezza di chi non teme il confronto, rivendicando anzi di essere “il più preparato” all’interno della sua formazione politica per gestire le crisi internazionali, a partire dalla “minaccia di una guerra generalizzata”. Ma l’asticella, nella sua quarta campagna elettorale, è sempre la stessa: scavalcare l’ostacolo del Rassemblement National. Se nel 2022 fu Marine Le Pen a negargli l’accesso al ballottaggio (finendo poi sconfitta da Emmanuel Macron), oggi l’avversario principale si chiama Jordan Bardella, dato in grande ascesa nei sondaggi. Mélenchon, tuttavia, non sembra temerlo: “Non so nemmeno se arriveranno al secondo turno”, ha dichiarato, liquidando la minaccia con un tratto di penna che sa più di sfida che di analisi.
Il peso delle quattro sconfitte: da outsider a eterno incompiuto
La candidatura attuale arriva dopo un percorso punteggiato da risultati in crescita ma mai risolutivi: dall’11% nel 2012 si è passati al 19,58% del 2017, fino al 21,95% del 2022. Ogni scarto – quello dell’ultima volta fu di appena 1,2 punti percentuali dalla Le Pen – è stato metabolizzato dal leader come un passo verso la meta, ma per molti osservatori rappresenta invece il limite invalicabile della sua corsa. Con Emmanuel Macron impossibilitato a ricandidarsi e la Le Pen ancora impigliata in vicende giudiziarie, Mélenchon vede uno spiraglio che mai si era aperto davanti a lui; resta da capire se i francesi, che lo conoscono ormai da un decennio di sconfitte onorevoli, gli concederanno quella fiducia che fino a oggi gli è sempre mancata al dunque.
La sinistra spaccata e l’ombra di una guerra generalizzata
A rendere più insidiosa la partita, per il leader insoumis, non è solo l’estrema destra ma anche il lato frammentato del suo stesso campo: gli aspiranti alla successione a sinistra sono numerosi – François Ruffin, Clémentine Autain, Raphaël Glucksmann – e molti di loro non hanno mai digerito l’egemonia di Mélenchon, vista come un freno al rinnovamento. Lui, dal canto suo, insiste sull’esperienza e sulla capacità di leggere il momento storico, evocando più volte “il contesto e l’urgenza” che giustificano la sua ennesima candidatura. Ma il messaggio, a un anno dal voto, rischia di smarrirsi in quel già visto che ha sempre caratterizzato le sue imprese: tanta mobilitazione, moltissime parole e alla fine, puntualmente, il conto sale solo per gli altri.




