Trump minaccia il sito nucleare di Pickaxe, Teheran rilancia sulla bomba atomica
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Redazione Esteri
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L’ultima minaccia del presidente americano Donald Trump porta un nome in codice che potrebbe presto entrare nei manuali di strategia militare: Pickaxe Mountain. A rivelare l’esistenza di questo obiettivo — un sito sotterraneo situato nel cuore dell’altopiano iraniano — è stato lo stesso Trump nel corso di un’intervista televisiva andata in onda lunedì, quando il comandante in capo ha dichiarato con tono secco che gli Stati Uniti sono pronti a distruggerlo, invitando gli iraniani a prepararsi.
Dalla sua parte, la replica degli ayatollah non si è fatta attendere, con la promessa di una rappresaglia devastante che colpirebbe non solo i soldati americani, ma anche i Paesi del Golfo. L’intreccio tra diplomazia e minacce militari si fa così sempre più serrato, mentre gli occhi degli osservatori internazionali si concentrano su quell’area a sud del centro di arricchimento di Natanz.
Un bunker sotto la montagna: la sfida tecnologica dell’impianto di Pickaxe
La struttura indicata da Trump come prossimo bersaglio non è un impianto nucleare qualunque. Pickaxe Mountain, secondo le informazioni disponibili, sarebbe stata scavata a centinaia di metri di profondità sotto una vetta che supera i 1.600 metri di altitudine, una scelta ingegneristica che rende l’obiettivo estremamente complesso da neutralizzare con i mezzi convenzionali.
A circa 1,5 chilometri a sud del principale centro di arricchimento dell’uranio di Natanz, nella provincia di Isfahan, questa struttura ipogea rappresenta il frutto di anni di lavoro sotterraneo, progettata per resistere a raid aerei e persino a bombe bunker-buster.
La profondità e la conformazione geologica della montagna, infatti, pongono seri interrogativi sulla reale efficacia di un attacco militare, tanto che alcuni esperti hanno già sollevato dubbi sulla capacità degli ordigni statunitensi di penetrare fino ai livelli inferiori del sito, dove potrebbero trovarsi centrifughe e materiali sensibili.
La voce del fisico americano: dubbi e analisi sulla determinazione iraniana
A gettare ulteriore luce sulla questione è intervenuto il fisico nucleare David Albright, figura nota per il suo passato di ispettore in Iraq per l’Agenzia internazionale per l’energia atomica e per avere contestato le prove fornite dall’amministrazione Bush sulle armi di distruzione di massa. Albright ha confermato che la montagna di Pickaxe è abbastanza grande da ospitare un impianto di arricchimento a centrifughe e potenzialmente anche attività di armamento, come la produzione di uranio metallico di grado militare.
Tuttavia, il fisico americano ha espresso un’opinione netta: anche se Trump dovesse effettivamente colpire il sito, la Repubblica Islamica non cederebbe alle pressioni, anzi, proprio la minaccia esterna potrebbe rafforzare la volontà di Teheran di completare il proprio programma e arrivare alla bomba. Un’analisi che si inserisce perfettamente nel clima di crescente tensione, dove ogni mossa militare rischia di innescare conseguenze imprevedibili.
Il dibattito si apre a Teheran: il parlamento iraniano parla di bomba atomica
Proprio in questi stessi giorni, un segnale politico di rilievo arriva da Teheran, dove il dibattito strategico sembra aver superato un confine finora considerato invalicabile. Ahmad Bakhshaish Ardastani, membro della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha dichiarato pubblicamente che «è giunto il momento che l’Iran costruisca una bomba atomica». Le sue parole non rappresentano una decisione ufficiale del governo, ma introducono per la prima volta in modo esplicito un tema che la narrativa istituzionale aveva sempre tenuto ai margini.
Questa apertura, probabilmente, serve a testare le reazioni sia all’interno del paese sia sulla scena internazionale, mentre il confronto con gli Stati Uniti si fa sempre più aspro. Il fatto che un parlamentare con un ruolo delicato come la commissione sicurezza si esprima in questi termini, peraltro, lascia intendere che il regime stia valutando scenari finora inesplorati, in risposta a quella che viene percepita come una pressione esistenziale da parte dell’amministrazione Trump.
La dinamica dello scontro: minacce incrociate e calcoli di portata
La sequenza degli eventi, insomma, ha ormai assunto i contorni di una classica escalation. La minaccia americana di distruggere Pickaxe Mountain, pronunciata a pochi giorni dalle dichiarazioni del presidente che aveva già evocato l’opzione militare come soluzione definitiva al dossier nucleare, si scontra con la geografia e la tecnologia iraniana, che hanno reso il sito teoricamente fuori portata delle bombe più potenti in dotazione agli Stati Uniti.
Dall’altra parte, la risposta degli ayatollah è stata immediata e proporzionata nel tono, con l’avvertimento di una rappresaglia che coinvolgerebbe anche gli alleati americani nella regione, in particolare i Paesi del Golfo. Queste minacce incrociate, se da un lato alimentano la tensione sui mercati e nei corridoi diplomatici, dall’altro mostrano i limiti concreti di un approccio pamente coercitivo.
Perché mentre Trump alza i toni e promette un attacco chirurgico, gli esperti ricordano che un bombardamento, anche riuscito, non eliminerebbe il know-how scientifico accumulato dagli iraniani, né fermerebbe la loro spinta verso l’autosufficienza nel settore atomico.
A rendere la situazione ancora più complessa, poi, è il fattore tempo. Il presidente americano ha lanciato la sua minaccia in un contesto già carico di scadenze e negoziati, dove la diplomazia europea e quella cinese cercano di mantenere aperti canali di dialogo che Washington sembra voler chiudere definitivamente. Eppure, osservando le dichiarazioni di Albright e le parole del parlamentare iraniano, si ha l’impressione che l’effetto principale delle minacce di Trump sia proprio quello di accelerare un processo che gli Stati Uniti vorrebbero invece fermare.
A Pickaxe, come a Natanz, la partita non si gioca solo sotto terra, ma anche nei calcoli politici di chi, a Teheran, vede nell’atomica l’ultima garanzia di sopravvivenza di fronte a un avversario che promette distruzione totale.




