Mercati 2026, l'ottimismo cauto sfida i multipli gonfiati della tech
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Redazione Economia
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Si chiude un'annata generosa per gli azionisti globali, che segue a sua volta un 2024 da record, in un ciclo apparentemente inarrestabile trainato dalla potenza di Wall Street. I listini, da quelli europei a quello cinese, sfidano i massimi nonostante lo scenario geopolitico, caratterizzato da conflitti e tensioni commerciali, rimanga teso e i dati macroeconomici presentino ombre. L'S&P 500, simbolo di questa forza, naviga ormai in prossimità dei 7.000 punti, un livello che un paio d'anni fa sarebbe parso utopistico. Questa resilienza, che quasi sorprende gli stessi operatori, si regge tuttavia su fondamenta che alcuni iniziano a giudicare sempre più fragili, specialmente guardando ai vertiginosi rating di certe big tech statunitensi, il cui strapotere borsistico potrebbe trasformarsi in un fattore di vulnerabilità.
Il sondaggio: la paura dei gestori non sono più i dazi
Se un anno fa, all'indomani della rielezione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il grande spauracchio per i mercati erano le possibili escalation daziarie, oggi il vento è cambiato. La paura principale, come emerge dal sondaggio annuale condotto tra 65 gestori di portafoglio, si è spostata verso l'eccessiva espansione dei multipli delle società tecnologiche a stelle e strisce. Molti di loro, infatti, ritengono che una correzione in questo segmento ipercomprato sia ormai inevitabile e costituisca il principale rischio per la tenuta degli indici nel 2026. Questo timore si traduce in una strategia d'investimento che, per il nuovo anno, suggerisce di essere molto selettivi, riducendo l'esposizione al dollaro e al mega-cap tech americano a favore di titoli europei e di strumenti di debito come i Btp italiani.
L'analisi: imprese solide, ma la politica incombe
Gianni Errico, responsabile azionario di Azimut, delinea un quadro articolato per il prossimo esercizio. "Bisogna ragionare su due binari paralleli", afferma, "da una parte le incertezze geopolitiche, dall'altra l'andamento delle imprese". Pur riconoscendo la sostanziale salute dei bilanci aziendali e un contesto di tassi di interesse destinato a scendere forse più del previsto, Errico invita alla vigilanza. "Oltre alle guerre in corso", precisa, "bisognerà tener d'occhio le elezioni di medio termine negli Stati Uniti e il cambio al vertice della Fed, che può segnalare una minore indipendenza della banca centrale americana". Sono questi, secondo lui, gli elementi di disturbo capaci di interrompere la fase positiva.
Il contesto: l'anno delle conseguenze
Il 2026 si presenta quindi come l'anno in cui i mercati dovranno fare i conti con le conseguenze delle grandi tendenze degli ultimi tempi. Dopo un periodo dominato dall'adattamento a tassi più alti, dalla ridefinizione degli equilibri globali e dalla transizione dell'intelligenza artificiale da tema speculativo a motore di produttività, ci si appresta a una fase di verifica. Il sentimento che prevale tra gli analisti è, non a caso, di cauto ottimismo, lontano dagli entusiasmi facili e ancorato a una valutazione più attenta dei rischi. La consapevolezza che i cicli economici e finanziari non sono stati aboliti spinge verso un approccio pragmatico, dove la selezione dei titoli e la diversificazione geografica tornano a essere parole d'ordine imprescindibili per chiunque voglia navigare un mare che, seppur apparentemente calmo, nasconde correnti insidiose.




